Impianti tecnologici
COGETEL Scarl realizza impianti tecnologici, quali: * Realizzazione di impianti per la messa i...
 
Manutenzione
COGETEL Scarl si propone per la manutenzione di infrastrutture, cavi, apparati, antenne, sale en...
 
Sviluppo software
COGETEL Scarl propone sistemi informativi tecnologicamente all’avanguardia sia per le architettur...
Reti fisse di accesso e trasporto
COGETEL Scarl è in grado di offrire soluzioni tecnologiche complete (infrastrutture, cavi, appara...
 
Settore ferroviario
COGETEL Scarl opera nel settore ferroviario con competenze specifiche nelle seguenti aree di busi...
 
Segnalamento
COGETEL Scarl dispone di un Centro di Competenza di elevato know-how e di grande esperienza, per ...
Trazione elettrica
COGETEL Scarl grazie al know-how acquisito con la realizzazione di stazioni e linee ferroviarie c...
 
Networking
COGETEL Scarl coniuga un consolidato know-how su tecnologie wireline e wireless, con la conoscenz...
 
Fleet management
COGETEL Scarl sviluppa sistemi di fleet management per il monitoraggio e il controllo di veicoli ...
Video sorveglianza
COGETEL Scarl sviluppa sistemi di video sorveglianza per grandi aziende, per le quali è rivolta l...
 
Reti radio
COGETEL Scarl si propone per tutte le fasi di realizzazione delle Reti Radiomobili di seconda e t...
 
Reti di energia
COGETEL Scarl è in grado di progettare, realizzare e manutenere reti di trasporto e distribuzione...
 
News

Niente paura per gli iPhone. Apple non la ferma neanche il coronavirus

Niente paura per gli iPhone. Apple non la ferma neanche il coronavirusLa taiwanese Foxconn, tra i principali costruttori di dispositivi per conto dicompagnie hi-tech tra cui Apple e i suoi iPhone, ha assicurato che ilcoronavirus non ne rallentera la produzione.


 
Apple ha negato di nuovo all'Fbi l'accesso all'iPhone di un attentatore

Apple ha negato di nuovo all'Fbi l'accesso all'iPhone di un attentatoreFornire alle autorità una "backdoor" per ottenere i dati contenuti negli iPhone costituisce un rischio eccessivo per la sicurezza, dato che potrebbe permettere l'accesso anche a terze parti in grado di costituire una "minaccia per la sicurezza nazionale". Così, riporta The Verge, la casa di Cupertino ha risposto al ministro della Giustizia Usa, William Barr, che in conferenza stampa la aveva attaccata per non aver acconsentito alla richiesta di sbloccare due iPhone appartenuti a Mohammed Saeed Alshamrani, giovane ufficiale dell'aviazione saudita che lo scorso mese ha ucciso tre giovani ufficiali della Marina americana e ne aveva feriti altri 8, per poi essere freddato dalla polizia, nel centro di addestramento di Pensacola.L'Fbi aveva ricevuto l'autorizzazione del tribunale per esaminare entrambi i telefoni, uno dei quali risultava danneggiato ma, sottolineando che erano "virtualmente impossibili da sbloccare senza la password", aveva chiesto l'aiuto di Apple. La compagnia, come sempre in questi casi, aveva fornito accesso ai dati presenti su cloud ma non a quelli salvati sul dispositivo, come era già avvenuto in passato con un iPhone legato all'autore della strage di San Bernardino, perpetrata da un altro estremista islamico il 2 dicembre 2015. "Non esiste una backdoor solo per i buoni"Barr ha fatto appello ad Apple e alle altre compagnie del settore perché "ci aiutino a trovare una soluzione che ci consenta di proteggere meglio le vite degli americani e prevenire futuri attacchi". Apple ha replicato in una lettera di aver fornito tutta l'assistenza possibile all'Fbi ma ha ribadito l'impossibilità di garantire accesso al contenuto dei dispositivi bloccati. "Abbiamo sempre spiegato che non esiste qualcosa come una backdoor solo per i 'buoni' - si legge nella missiva - le backdoor possono essere sfruttate anche da soggetti che minacciano la nostra sicurezza nazionale e la sicurezza dei dati dei nostri clienti".Lanciare una versione non criptata del sistema operativo iOS, come era stato suggerito dall'Fbi dopo la strage di San Bernardino, metterebbe a rischio la sicurezza di ogni singolo possessore di iPhone, ha ripetuto la compagnia. Gli stessi argomenti con i quali, appena il mese scorso, Facebook aveva spiegato a Barr che non avrebbe mai consentito l'accesso a fini investigativi alle conversazioni scambiate attraverso i suoi servizi di messaggistica criptati, come WhatsApp.


 
Il tool di Twitter, Adobe e New York Times contro la disinformazione online

Apple ha negato di nuovo all'Fbi l'accesso all'iPhone di un attentatoreFornire alle autorità una "backdoor" per ottenere i dati contenuti negli iPhone costituisce un rischio eccessivo per la sicurezza, dato che potrebbe permettere l'accesso anche a terze parti in grado di costituire una "minaccia per la sicurezza nazionale". Così, riporta The Verge, la casa di Cupertino ha risposto al ministro della Giustizia Usa, William Barr, che in conferenza stampa la aveva attaccata per non aver acconsentito alla richiesta di sbloccare due iPhone appartenuti a Mohammed Saeed Alshamrani, giovane ufficiale dell'aviazione saudita che lo scorso mese ha ucciso tre giovani ufficiali della Marina americana e ne aveva feriti altri 8, per poi essere freddato dalla polizia, nel centro di addestramento di Pensacola.L'Fbi aveva ricevuto l'autorizzazione del tribunale per esaminare entrambi i telefoni, uno dei quali risultava danneggiato ma, sottolineando che erano "virtualmente impossibili da sbloccare senza la password", aveva chiesto l'aiuto di Apple. La compagnia, come sempre in questi casi, aveva fornito accesso ai dati presenti su cloud ma non a quelli salvati sul dispositivo, come era già avvenuto in passato con un iPhone legato all'autore della strage di San Bernardino, perpetrata da un altro estremista islamico il 2 dicembre 2015. "Non esiste una backdoor solo per i buoni"Barr ha fatto appello ad Apple e alle altre compagnie del settore perché "ci aiutino a trovare una soluzione che ci consenta di proteggere meglio le vite degli americani e prevenire futuri attacchi". Apple ha replicato in una lettera di aver fornito tutta l'assistenza possibile all'Fbi ma ha ribadito l'impossibilità di garantire accesso al contenuto dei dispositivi bloccati. "Abbiamo sempre spiegato che non esiste qualcosa come una backdoor solo per i 'buoni' - si legge nella missiva - le backdoor possono essere sfruttate anche da soggetti che minacciano la nostra sicurezza nazionale e la sicurezza dei dati dei nostri clienti".Lanciare una versione non criptata del sistema operativo iOS, come era stato suggerito dall'Fbi dopo la strage di San Bernardino, metterebbe a rischio la sicurezza di ogni singolo possessore di iPhone, ha ripetuto la compagnia. Gli stessi argomenti con i quali, appena il mese scorso, Facebook aveva spiegato a Barr che non avrebbe mai consentito l'accesso a fini investigativi alle conversazioni scambiate attraverso i suoi servizi di messaggistica criptati, come WhatsApp.


 
Troppe pressioni su Libra: Mastercard, Visa e PayPal mollano Zuckerberg?

Troppe pressioni su Libra: Mastercard, Visa e PayPal mollano Zuckerberg?Libra cerca ancora equilibrio. Visa, Mastercard, Paypal e altri partner finanziari starebbero “riconsiderando” il proprio supporto alla moneta digitale promossa da Facebook. Nei giorni scorsi il Wall Street Journal ha riportato i dubbi delle prime due. Adesso il Financial Times aggiunge all'elenco la compagnia di servizi di pagamento digitali.Tutte e tre, assieme ad altri 24 partner, fanno parte della Libra Association, l'organizzazione incaricata di gestire la valuta. I dubbi deriverebbero dai possibili contraccolpi legati a indagini e restrizioni imposte dai governi, sia negli Stati Uniti che in Europa. Eventulità che preoccupa soprattutto i partner finanziari, che si muovono in un ambiente molto regolamentato. I dubbi di Visa, Mastercard e PaypalNon sono arrivate conferme, né smentite. Ma ci sono diversi segnali. Primo fra tutti il silenzio di Mastercard e Visa. Le due società avrebbero scelto di tenere un profilo basso proprio per non fomentare l'attenzioni dei regolatori, nonostante Facebook abbia chiesto loro di supportare pubblicamente il progetto. All'interno di Libra Association sarebbe quindi in corso un dibattito sulla direzione da prendere. Sempre secondo il Wall Street Journal, i vertici dell'organizzazione e i rappresentanti dei partner si sono incontrati a Washington il 3 ottobre. E qui arriva il secondo segnale. Il Financial Times scrive che Paypal non si è presentata. A questo punto diventa cruciale l'appuntamento del 14 ottobre, quando i partner si riuniranno a Ginevra (dove Libra Association ha sede) per nominare il consiglio di amministrazione e rivedere lo statuto. È qui che potrebbe arrivare una formale adesione o un passo indietro ufficiale. Gli occhi dei regolatoriFacebook ha pubblicato il documento su cui si fonda Libra a giugno, lasciando però molte incognite sui dettagli. Governi e banchieri centrali hanno criticato il progetto, preoccupati che possa intaccare la sovranità monetaria degli istituti e sollevando perplessità sull'intreccio tra potere finanziario e privacy che Facebook (anche indirettamente) deterrebbe.David Marcus, fedelissimo di Zuckerberg e a capo del progetto Libra, è stato protagonista di un'audizione al Congresso. Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha espresso “serie preoccupazioni”, Trump si è detto contrario. L'Antitrust europeo sta indagando su possibili pratiche anticoncorrenziali.Anche il governo italiano, prima della crisi estiva, aveva dichiarato di voler guardare il fenomeno da vicino. Il Dipartimento del Tesoro americano ha inviato alle società coinvolte, tra le quali Visa, Mastercard e PayPal, la richiesta di informazioni dettagliate sui loro progetti legati a Libra e sulle politiche anti-riciclaggio. La linea Zuckerberg: discussioni nell'ombraDante Disparte, responsabile comunicazione di Libra Association, ha dichiarato al Wall Street Journal che l'organizzazione ha tenuto incontri regolari con le autorità per discutere la conformità della moneta digitale alle leggi. È la stessa linea che emerge dai colloqui privati tra Mark Zuckerberg e i dipendenti, finiti su The Verge.Tra le altre cose, il ceo parla di Libra. Dice che “la finanza è uno spazio fortemente regolato”. E che “ci sono molte questioni importanti che devono essere affrontate, come la prevenzione del riciclaggio e del finanziamento al terroristi”. Per questo è necessario “avere un approccio più consultivo”.Zuckerberg ha spiegato ai dipendenti che questo processo passa “dagli incontri con i regolatori, ascoltando le loro preoccupazioni, quello che pensano che dovremmo fare, assicurandoci che gli altri membri del consorzio lo gestiscano in modo appropriato”. Il ceo però preferirebbe che le discussioni si tenessero all'ombra, salvo quando strettamente necessario, perché “quelle pubbliche tendono a essere drammatizzate”. Il grosso dovrebbe invece passare da “incontri privati”, “più concreti” e “senza telecamere” che rischierebbero di portare la discussione su dettagli in realtà poco utili. Perché sarebbe un problema per LibraSe molti partner si tirassero indietro, il progetto di Facebook potrebbe subire una battuta d'arresto. Resterebbero intatte le possibilità di diventare uno strumento per trasferire denaro in modo economico, ma potrebbe affievolirsi l'ambizione (chiara anche se mai dichiarata) di far nascere una moneta digitale globale. Il ruolo degli aderenti a Libra Association è infatti fondamentale, per almeno tre ragioni. Primo: contribuiscono finanziariamente a Libra.L'accesso all'associazione prevede un “gettone d'ingresso” da 10 milioni di dollari. Al momento i partner hanno firmato una dichiarazione d'intenti, senza sborsare nulla. Secondo: i soci e il loro prestigio costituiscono un'intercapedine tra chi ha sviluppato la moneta (Facebook) e chi la gestirà. Permettono così al social di dire che la moneta è aperta e indipendente da Menlo Park. Non è un espediente formale, ma un modo per rendere Libra più spendibile e meno esposta dal punto di vista normativo. Terzo: il successo è legato alla diffusione della moneta. E per quanto Facebook abbia già una platea enorme, l'adozione da parte di partner come Visa, Mastercard e Paypal permetterebbe di avere un impatto molto più ampio.I dubbi riguarderebbero soprattutto i partner che si muovono in ambito finanziario, ma non si sa quanti stiano pensando di slegarsi da Facebook. A oltre tre mesi dalla pubblicazione del white paper, però, sembra ancora vero quello che il ceo di Visa Al Kelly ha dichiarato a luglio, durante la conferenza per la trimestrale: “Nessuno ha ancora aderito ufficialmente” a Libra.


 
Il duro affondo di Zuckerberg a Warren: "È una minaccia. Se eletta si va ai materassi"

Il duro affondo di Zuckerberg a Warren: "È una minaccia. Se eletta si va ai materassi"Un dialogo di due ore. Centoventi minuti di domande e risposte con i suoi dipendenti in cui Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Facebook, ha voluto dare indicazioni su chi sono i nemici della società; critici, politici, concorrenti da cui guardarsi.Doveva essere un incontro privato. Ma qualcuno ha registrato quel discorso e l'ha girato a The Verge che ha pubblicato tutto. Compresi gli attacchi alla senatrice americana Elizabeth Ann Warrenn, forse la più accreditata tra i dem per sfidare Donald Trump nel 2020: "Minaccia la nostra esistenza", ha detto Zuckerberg.E ancora: “crede che si debba fare lo spezzatino delle aziende... scommetto che se fosse eletta avremo una causa legale, e che la vinceremo". “Sarebbe comunque una rogna per noi? Beh si. Intesi, io non voglio avere contese legali con il nostro governo, ma... se qualcuno pone una minaccia che in qualche modo riguarda la nostra esistenza, bene, si va ai materassi e si combatte", ha aggiunto Zuckerberg riprendendo una celebre frase tratta da Il Padrino. La senatrice Warren, 69 anni, eletta nel 2013 in Massachusetts, è considerata da Zuckerberg il nemico numero uno. Non senza motivo. Lo scorso marzo pubblicò su Facebook un post scritto su Medium e lo sponsorizzò. Era il suo manifesto per lo spacchettamento dei colossi tecnologici.> “Tre società - scriveva - hanno un enorme potere sulla nostra economia e sulla nostra democrazia. Facebook, Amazon e Google. Le usiamo tutti. Ma nella loro ascesa al potere, hanno demolito la concorrenza, usato le nostre informazioni private a scopo di lucro e inclinato il campo di gioco a loro favore. È tempo di fare a pezzi le grandi compagnie in modo che non abbiano così tanto potere”.Il post ebbe una grande eco. Facebook, per reazione, bloccò le inserzioni pubblicitarie dalla pagina ufficiale della senatrice, per poi fare fare marcia indietro.Ma cos'è lo spacchettamento dei big tecnologici proposto dalla Warren? Nel suo post la senatrice proponeva di usare con Facebook, Amazon e Google una strada non nuova negli Stati Uniti. Spezzare le aziende diventate monopoli. Citava degli esempi: la Standard Oil, la JpMorgan e la compagnia AT&T. Società di pubblica utilità, diventate così grandi da minacciare il mercato della concorrenza, e per questo ‘divise' in società più piccole.Lo stesso proponeva per le big companies tecnologiche: una volta superata la soglia dei 25 miliardi di fatturato, alle aziende, nella proposta di Warren, potrebbe essere imposto di scindersi da alcune attività societarie. Per esempio: Amazon dal suo marketplace, Google dalle attività come Ad Exchange, Facebook da WhatsApp o Instagram, per esempio. Sarebbero inoltre vietate le acquisizioni e bocciate quelle già fatte. L'obiettivo della riforma dovrebbe essere, nelle parole di Warren, riattivare un sano mercato della concorrenza e dell'innovazione. E impedire che si innestino nel mercato digitale i meccanismi che finora hanno portato alla nascita di monopoli. Alle parole di Zuckerberg ha risposto Warren su Twitter: “La vera rogna sarebbe non aggiustare un sistema corrotto che permette ai giganti tecnologici come Facebook di attuare pratiche competitive illegali, calpestare i diritti alla privacy dei consumatori e eludere ripetutamente la loro responsabilità di proteggere la nostra democrazia”. Se Warren dovesse riuscire a sfidare Trump, e magari a vincere le presidenziali del prossimo anno, per Zuckerberg adesso sarebbe davvero una rogna. @arcangeloroc


 
"Se Warren sarà eletta presidente..." l'attacco di Zuckerberg alla candidata dem

"Se Warren sarà eletta presidente..." l'attacco di Zuckerberg alla candidata demMark Zuckerberg contro Elizabeth Warren. In un audio pubblicato dal sito The Verge, il co-fondatore di Facebook ha promesso di dare battaglia se la senatrice democratica Elizabeth Warren verrà eletta presidente degli Stati Uniti.  "C'è qualcuno come Elizabeth Warren che pensa che la risposta giusta sia spezzettare le compagnie", ha detto Zuckerberg, secondo quanto si ascolta nell'audio di due incontri con i dipendenti lo scorso luglio. "Se sarà eletta presidente, scommetto che ci sarà una causa legale e scommetto che la vinceremo", ha incalzato Zuckerberg, aggiungendo che si è minacciati per qualcosa di "esistenziale" allora bisogna "combattere".  Fra i favoriti nella corsa per la candidatura democratica alle presidenziali, la senatrice liberal Elizabeth Warren propone un piano aggressivo per spezzettare giganti del web come Facebook, Amazon e Google. Ma nell'audio Zuckerberg dichiara che smembrare le grandi compagnie "non risolverà i problemi", anzi renderà più probabili le interferenze nelle elezioni perché le compagnie avranno più difficoltà a coordinarsi. Per illustrare il suo pensiero, Zuckerberg ha citato i rivali di Twitter che, essendo più piccoli, non riescono a suo parere ad investire in sicurezza quanto Facebook.


 
Zuckerberg attacca Warren e prende in giro Twitter: l'audio "rubato" che imbarazza Facebook

Zuckerberg attacca Warren e prende in giro Twitter: l'audio "rubato" che imbarazza Facebook"Se qualcuno cerca di minacciarti, tu vai sul tappeto e combatti"


 
Zuckerberg contro Warren, "minaccia esistenziale" per Facebook

Zuckerberg attacca Warren e prende in giro Twitter: l'audio "rubato" che imbarazza Facebook"Se qualcuno cerca di minacciarti, tu vai sul tappeto e combatti"


 
Il profilo del numero uno di Twitter è stato violato

Il profilo del numero uno di Twitter è stato violatoL'account del Ceo di Twitter Jack Dorsey èstato hackerato. I pirati informatici hanno pubblicato una raffica di tweet offensivi e razzisti dal suo account, che ha oltre 4,2 milioni di followers. Secondo The Verge, gli hacker sono gli stessi che avevano preso di mira una serie di creatori di YouTube, denominati "Chuckle Gang". L'account del Ceo di Twittwer era già stato hackerato nel 2016.Twitter ha confermato la violazione dell'account di Dorsey. "Siamo consapevoli del fatto che @Jack sia stato compromesso e stiamo indagando sull'accaduto", ha dichiarato un portavoce della società. L'hackeraggio avviene proprio mentre Twitter ha avviato una campagna di "sicurezza" per rimuovere contenuti inappropriati dalla sua piattaforma.


 
I più grandi editori al mondo hanno fatto causa ad Audible

I più grandi editori al mondo hanno fatto causa ad AudibleSono i cosiddetti Big Five e contestano al servizio di podcast e audiolibri una particolare violazione del copyright


 
Ecco Threads, la nuova app di messaggistica di Facebook

Ecco Threads, la nuova app di messaggistica di FacebookE' in fase di studio e di test, e secondo i rumors ricorda la struttura di Snapchat


 
I monopattini elettrici non sono così green come sembrano. Uno studio

I monopattini elettrici non sono così green come sembrano. Uno studioSempre più utilizzati anche in Italia, i monopattini elettrici sono considerati spesso una risposta ai problemi di traffico e inquinamento. Ma una nuova ricerca pubblicata dall'Università della Carolina del Nord, mette in discussione in particolare quest'ultimo aspetto, suggerendo che la correlazione tra il cosiddetto scooter sharing e la diminuzione dell'impatto ambientale non sia così scontata come può apparire, soprattutto a causa della filiera produttiva di questo tipo di mezzi e della loro manutenzione.Produzione, trasporto, ricarica delle batterie: secondo quanto scoperto dagli studiosi, l'impiego di monopattini elettrici in condivisione pone il problema dell'impatto generato da tutto ciò che riguarda le due ruote elettriche, soprattutto per quanto riguarda i sistemi cosiddetti “dockless”, ovvero che non prevedono la riconsegna a una torretta di ricarica e che di volta in volta devono essere alimentati da operatori in movimento.“Se si pensa solo alla parte visibile del ciclo di vita, quindi a bordo di un veicolo privo di tubi di scappamento, è facile ipotizzare (che i consumi siano ridotti)”, ha spiegato a The Verge Jeremiah Johnson, autore dello studio e professore associato di ingegneria civile ed edilizia ambientale dell'Università della Carolina del Nord. “Ma se fai un passo indietro, puoi vedere tutte le altre cose che sono un po' nascoste nel processo”.A partire dalla produzione dei materiali che compongono gli scooter (monopattini), come evidenzia lo studio. Dalle batterie al litio alle parti in alluminio, la gran parte dei veicoli in commercio sono composti di elementi prodotti in Cina, che poi li invia nelle destinazioni d'uso. Alla produzione industriale, sono da aggiungere il trasporto dei mezzi, le continue ricariche e la ridistribuzione periodica sul territorio, come parte del servizio di scooter sharing senza postazione di ricarica.Per gli studiosi, questi elementi presi nel loro insieme svantaggiano molto l'impiego degli scooter elettrici per la riduzione dei consumi, che potrebbe essere addirittura maggiore di quella degli autobus diesel in una zona trafficata.Come riporta The Verge, le emissioni medie di gas serra per miglio di uno scooter equivalgono a circa 200 grammi di CO2. Più o meno il doppio dei 400 grammi per miglio del ciclo di vita di un'automobile. Il problema è che, secondo i ricercatori, solo un terzo degli spostamenti in scooter ne rimpiazza uno in automobile. A fronte del 34 per cento di persone che avrebbero utilizzato un'auto, il 49 per cento sarebbe andato a piedi, l'undici per cento avrebbe preso un autobus e, infine, il 7 per cento avrebbe rinunciato al viaggio.In parole povere, l'impatto di simili mezzi sarebbe più positivo se servisse soprattutto a ridurre la quantità di automobili, non di pedoni.Ma il problema principale, per Paesi come gli Stati Uniti che producono circa il 63 per cento della propria energia da combustibili fossili, non è solo legato alla ricarica dei mezzi. Lo studio evidenzia che i consumi sono resi più importanti dal materiale utilizzato per la produzione dei veicoli - prevalentemente alluminio - e dal consumo degli operatori incaricati di ricaricare gli scooter ogni giorno.A fronte di questi dati, i ricercatori hanno anche ipotizzato una serie di scelte che potrebbero rendere molto più efficienti i mezzi elettrici. A partire dall'estensione del ciclo di vita di ciascuno scooter, tramite l'impiego di materiali migliori che ne garantiscano un ciclo di vita più esteso: “Se le compagnie dei monopattini riuscissero a estendere la vita dei loro mezzi senza raddoppiare l'impatto di materiali e produzione, questo ne ridurrebbe di molto l'impatto per miglio - spiega Johnson - Se riuscissimo a farli durare due anni, già avremmo un netto miglioramento”. La mobilità condivisa in ItaliaSecondo i dati dell'Osservatorio nazionale sharing mobility, anche in Italia negli ultimi anni si è registrato un sensibile aumento della diffusione di mezzi condivisi. Solo per il noleggio di scooter elettrici, la crescita sarebbe stata del 285 per cento in un anno, per un mercato della dimensione complessiva di 33 milioni di spostamenti su mezzi condivisi nell'arco del 2018. Ma a favorire la diffusione di mezzi elettrici, per privati e società di noleggio, ci sono anche gli incentivi voluti dal governo e varati a fine del 2018. Sicuramente un aiuto a chi vuole convertirsi a mezzi meno inquinanti, anche se per raggiungere questo obiettivo rimane importante affidarsi alla qualità anziché privilegiare il risparmio.


 
Alcuni moderatori di Facebook hanno rotto il silenzio per raccontare quello che hanno visto

Alcuni moderatori di Facebook hanno rotto il silenzio per raccontare quello che hanno visto“Le immagini più difficili da vedere erano gli abusi sugli animali. Ho visto un cucciolo di cane impiccato a una corda. Un maiale vivo buttato nel fuoco, lo si sentiva urlare”. Michelle Bennetti è uno dei tre ex moderatori di Facebook che hanno deciso di raccontare il loro lavoro in una video intervista a The Verge.Un documento raro, ottenuto dalla testata americana che ha raccolto le loro voci e le loro storie andando a Tampa, in Florida, dove si trova Cognizant, una delle aziende che per conto della società di Menlo Park si occupa di ripulire i social dai contenuti violenti e dai discorsi incitanti all'odio. Dà lavoro a circa 800 persone. I tre hanno deciso di rompere il patto di ‘non divulgazione' firmato con la società mostrandosi in volto. Altri invece hanno preferito restare anonimi. “Ho visto due gemellini lanciati ripetutamente sul suolo da una donna, forse la madre”, racconta Melynda Johnson. “Credo fosse un video girato in Arabia Saudita. Ho visto poi la donna tentare di soffocare uno dei bambini, l'ho sentito rantolare e cercare di respirare. Per giorni ho pensato al suo destino, per giorni mi sono chiesta che fine avesse fatto”. I racconti che gli intervistati hanno affidato a The Verge sono molto simili. Facebook ha circa 15 mila moderatori nel mondo. Generalmente lavorano sei ore al giorno, e il loro lavoro è controllare i contenuti segnalati dagli utenti. La paga è di 15 dollari l'ora, circa 28,8 mila dollari l'anno. 15 minuti di pausa, 30 da dedicare al pranzo. Shawn Spagle scoppia in lacrime prima di raccontare quello che ha visto: “C'era un iguana per strada. Un gruppo di ragazzi gli si avvicina. Uno di loro prende l'iguana per la coda e comincia a batterlo sull'asfalto. Ho sentito l'iguana urlare a lungo. Lo hanno battuto per terra fino a farlo diventare una poltiglia sanguinolenta”. Si scusa davanti alla telecamera: "Purtroppo non riesco a non pensare Il video, racconta, poi non è stato rimosso ma indirizzato solo ad un pubblico di lingua spagnola.“Quello che mi rammaricava è che non potevo fare niente. Niente per gli animali, ma niente nemmeno per gli umani. Ho visto una ragazza cercare di soffocare la sorellina fino a farle uscire il sangue dal naso. E sono contenuti come questo che dovevi vedere tutti i giorni. Vedere dolore e sofferenza, e questo ti crea dentro un profondo senso di rabbia”. Spagle dopo l'esperienza come moderatore del social ha dovuto fare ricorso a psicofarmaci. Un controllo medico gli ha diagnosticato un disturbo da stress post traumatico: “Dormivo solo poche ore a notte, non riuscivo a togliermi dalla mente quelle immagini. Quando finivo di lavorare mangiavo dolci”, un modo per anestetizzare il male visto durante il giorno.Alcuni mesi fa Facebook aveva annunciato un programma per usare l'intelligenza artificiale al posto degli uomini nella moderazione dei contenuti. La società sta ancora lavorando al progetto, che dovrebbe sostituire interamente i 15 mila moderatori umani. Ma al momento le tecnologie usate non sono risultate ancora affidabili. @arcangeloroc


 
Senior Wall Street investment banker joins Panaxia Pharmaceutical: Orit Freedman Weissman, former partner at Goldman Sachs New-York, has been appointed Director

Alcuni moderatori di Facebook hanno rotto il silenzio per raccontare quello che hanno visto“Le immagini più difficili da vedere erano gli abusi sugli animali. Ho visto un cucciolo di cane impiccato a una corda. Un maiale vivo buttato nel fuoco, lo si sentiva urlare”. Michelle Bennetti è uno dei tre ex moderatori di Facebook che hanno deciso di raccontare il loro lavoro in una video intervista a The Verge.Un documento raro, ottenuto dalla testata americana che ha raccolto le loro voci e le loro storie andando a Tampa, in Florida, dove si trova Cognizant, una delle aziende che per conto della società di Menlo Park si occupa di ripulire i social dai contenuti violenti e dai discorsi incitanti all'odio. Dà lavoro a circa 800 persone. I tre hanno deciso di rompere il patto di ‘non divulgazione' firmato con la società mostrandosi in volto. Altri invece hanno preferito restare anonimi. “Ho visto due gemellini lanciati ripetutamente sul suolo da una donna, forse la madre”, racconta Melynda Johnson. “Credo fosse un video girato in Arabia Saudita. Ho visto poi la donna tentare di soffocare uno dei bambini, l'ho sentito rantolare e cercare di respirare. Per giorni ho pensato al suo destino, per giorni mi sono chiesta che fine avesse fatto”. I racconti che gli intervistati hanno affidato a The Verge sono molto simili. Facebook ha circa 15 mila moderatori nel mondo. Generalmente lavorano sei ore al giorno, e il loro lavoro è controllare i contenuti segnalati dagli utenti. La paga è di 15 dollari l'ora, circa 28,8 mila dollari l'anno. 15 minuti di pausa, 30 da dedicare al pranzo. Shawn Spagle scoppia in lacrime prima di raccontare quello che ha visto: “C'era un iguana per strada. Un gruppo di ragazzi gli si avvicina. Uno di loro prende l'iguana per la coda e comincia a batterlo sull'asfalto. Ho sentito l'iguana urlare a lungo. Lo hanno battuto per terra fino a farlo diventare una poltiglia sanguinolenta”. Si scusa davanti alla telecamera: "Purtroppo non riesco a non pensare Il video, racconta, poi non è stato rimosso ma indirizzato solo ad un pubblico di lingua spagnola.“Quello che mi rammaricava è che non potevo fare niente. Niente per gli animali, ma niente nemmeno per gli umani. Ho visto una ragazza cercare di soffocare la sorellina fino a farle uscire il sangue dal naso. E sono contenuti come questo che dovevi vedere tutti i giorni. Vedere dolore e sofferenza, e questo ti crea dentro un profondo senso di rabbia”. Spagle dopo l'esperienza come moderatore del social ha dovuto fare ricorso a psicofarmaci. Un controllo medico gli ha diagnosticato un disturbo da stress post traumatico: “Dormivo solo poche ore a notte, non riuscivo a togliermi dalla mente quelle immagini. Quando finivo di lavorare mangiavo dolci”, un modo per anestetizzare il male visto durante il giorno.Alcuni mesi fa Facebook aveva annunciato un programma per usare l'intelligenza artificiale al posto degli uomini nella moderazione dei contenuti. La società sta ancora lavorando al progetto, che dovrebbe sostituire interamente i 15 mila moderatori umani. Ma al momento le tecnologie usate non sono risultate ancora affidabili. @arcangeloroc


 
La moneta di Facebook

La moneta di FacebookFacebook vuole creare una propria moneta digitale. Il colosso di Menlo Park, come riportato da testate specializzate e dalla 'Bbc', sta ultimando i piani per il lancio della sua criptovaluta nel 2020. Obiettivo: offrire modi accessibili e sicuri di effettuare pagamenti digitali, indipendentemente dal fatto che gli utenti abbiano un conto corrente. L'idea è abbattere le barriere finanziarie, competendo con le banche e riducendo i costi per i consumatori. In previsione dell'arrivo di quello che - nelle stanze di Facebook - viene chiamato 'Global Coin', si legge ancora sulla 'Bbc', il gigante dei social media avrebbe chiesto consigli in merito a questioni operative e normative ai funzionari del Tesoro degli Stati Uniti; Mark Zuckerberg avrebbe poi incontrato anche il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney.  VALUTE VIRTUALI - Cosa sono? Come si usano? Le valute virtuali possono essere utilizzate per pagare oggetti e servizi nel mondo reale, come per esempio una stanza d'albergo o la spesa. Questi token digitali sono contenuti in portafogli online e possono essere inviati in modo anonimo tra gli utenti. Le criptovalute girano su tecnologia blockchain; ovvero, una struttura dati condivisa e immutabile: un registro digitale di informazioni, come transazioni o accordi, archiviate cronologicamente su una rete di computer che possono essere visualizzate da una comunità di utenti e, generalmente, non sono gestite da un'autorità centrale come banche o governi.  STABLE COIN - La moneta virtuale di Facebook, sottolinea infine 'The Verge', "potrebbe essere progettata per essere uno 'Stable Coin', con un valore ancorato alla valuta statunitense nel tentativo di minimizzare la volatilità".


 
Un sistema automatico indica ad Amazon i lavoratori da licenziare

Un sistema automatico indica ad Amazon i lavoratori da licenziareUn sistema automatico segnala ad Amazon i lavoratori che non raggiungono glistandard di produttivita fissati dall'azienda e che, quindi, potranno esseremandati a casa


 
Ad Amazon è un software a decidere chi licenziare

Un sistema automatico indica ad Amazon i lavoratori da licenziareUn sistema automatico segnala ad Amazon i lavoratori che non raggiungono glistandard di produttivita fissati dall'azienda e che, quindi, potranno esseremandati a casa


 
Un videogioco salverà Notre Dame?

Un videogioco salverà Notre Dame?Ricostruire la cattedrale di Notre Dame dopo l’incendio che nella serata di lunedì l’ha devastata. E’ ciò che il presidente francese Macron ha promesso fin da subito. Ma a salvare Notre Dame potrebbe essere un videogioco.


 
Videogioco Assassin’s Creed potrebbe aiutare a ricostruire Notre-Dame

Videogioco Assassin’s Creed potrebbe aiutare a ricostruire Notre-DameI giocatori più affezionati di Assassin’s Creed hanno reso omaggio con un video a uno dei simboli più amati di Parigi e della Francia


 
Assange e il gatto che sapeva troppo

Assange e il gatto che sapeva troppoLa sorte di Julian Assange, il 47enne hacker australiano fondatore di Wikileaks, è tutt'altro che certa. Ma ancora più nebulosa è la sorte del suo gatto, Michi, diventato celeberrimo sul web negli anni del suo confinamento nell'ambasciata ecuadoregna.Il web si è letteralmente scatenato per capire cosa sia successo al micio, che aveva un seguito di tutto rispetto nei suoi account su Twitter e Instagram, rispettivamente 31 mila e 5 mila persone, che ora sono preoccupate del destino del felino. Nel buio pesto, le ipotesi si sprecano.La polizia britannica ha fatto irruzione nell'ambasciata ecuadoriana e arrestato Assange per aver violato la libertà condizionale (quando nel 2012 entrò nell'ambasciata e non si presentò davanti al magistrato) ma anche per una richiesta di estradizione degli Usa. Ma il gatto? Si interrogano gli utenti del web e la stampa di mezzo mondo (dal Washington Post al New York Times, passando per The Verge): che fine ha fatto il gatto? È stato adottato? È finito in un ricovero? Rischia anche lui l'estradizione?> > > > > > > > > Visualizza questo post su Instagram> > > > > > > > > > > > > > > > > > > > Just another meow-nic Monday! > > Un post condiviso da Embassy Cat (@embassycat) in data: Mag 23, 2016 at 5:01 PDTIl britannico Times ha telefonato in ambasciata e una voce burbera gli ha risposto in spagnolo: "Non posso dirlo per ragioni di sicurezza". Secondo alcuni, l'Embassy Cat" - come ormai era noto il felino bianco e grigio, spesso fotografato alla finestra o sul balcone dell'ambasciata - da tempo non è più nella rappresentanza ecuadoriana. Il gatto era uno dei tanti punti di frizione tra Assange e lo staff diplomatico e nei mesi scorsi si era anche capito che la legazione aveva minacciato di sequestrarlo se l'hacker non se ne fosse occupato meglio, prendendosi cura del suo "benessere, cibo e igiene".Dopo l'arresto, un portavoce dell'ambasciata ha detto a Sputnik News, una testata legata al governo russo, che Michi non è più in ambasciata "da settembre": "È stato preso dai colleghi di Assange molto tempo fa. Non è qui. Non siamo un negozio di animali, quindi non teniamo animali domestici". Del resto a novembre lo aveva ventilato uno dei consulenti legali di Assange, Hanna Jonasson: aveva spiegato che Assange era stato minacciato di essere privato del micio e che aveva chiesto ai suoi avvocati di portarlo in salvo. "Il gatto è con la famiglia di Assange. Saranno riuniti quando liberi", aveva twittato garrula l'avvocatessa.> > > > > > > > > Visualizza questo post su Instagram> > > > > > > > > > > > > > > > > > > > Morning cat-listhenics! Counter-purrveillance requires intense cat-thleticism! furreveryoung> > Un post condiviso da Embassy Cat (@embassycat) in data: Mag 20, 2016 at 3:23 PDTConsiderato però che il fondatore di Wikileaks rischia una probabile estradizione in Usa questa eventualità sembra quantomeno remota, Ma è un'ipotesi che fa pensare a un lieto fine. Non manca chi fa teorie ben più cupe. Per esempio, James Ball, un giornalista che nel 2010 lavorò per tre mesi per Wikileaks: "Per la cronaca: il gatto è stato consegnato dall'ambasciata ecuadoriana a un ricovero secoli fa", ha twittato subito dopo l'arresto.Consegnato a un ospizio per animali, nonostante - ha aggiunto - lui si fosse "sinceramente offerto di adottarlo". Crudelmente Ball ha fatto pure notare che "Assange non ha alcuna famiglia nel Regno Unito". The Verge, un popolare sito Internet americano, si è allora premurato di chiedere un chiarimento alla Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, la più importante organizzazione animalista in Gran Bretagna, e un portavoce ha replicato di non avere alcuna notizia che qualcuno abbia portato il gatto in uno dei suoi rifugi.E allora, che fine ha fatto l'"Embassy Cat"? Nel dubbio, non resta che un'ultima ipotesi, e l'hanno fatta i giornalisti The Verge, anche in considerazione della natura sensibile del lavoro di Assange. E la conclusione è stata da libro giallo: il gatto sapeva troppo e ora è alla macchia.


 
Facebook ha appena cancellato per errore tutti i post di Mark Zuckerberg

Facebook ha appena cancellato per errore tutti i post di Mark ZuckerbergÈ appena scomparso un pezzo della storia di Facebook. Cancellato per “un errore tecnico”. Anni interi di post scritti da Mark Zuckerberg, quando aveva una foto profilo con i riccioli e una giacca addosso. La rivelazione è arrivata da Business Insider, per poi essere confermata da Menlo Park. Persi per sempre. Perché, come ha sottolineato la società, ripescarli costerebbe parecchio lavoro, peraltro senza garanzia di risultato. Quindi addio. Quali sono i post cancellatiSono svaniti i post scritti dal fondatore sul blog di Facebook, cioè in quel contenitore digitale che (salvo le comunicazioni al mercato obbligatorie dopo la quotazione) ha rappresentato l'unico megafono ufficiale fino al 2014, quando la società ha lanciato lo spazio chiamato Newsroom.È su “The Facebook Blog” che Zuckerberg scriveva le notizie più importanti: acquisizioni, cambiamenti, scuse e obiettivi (qui si può dare un'occhiata a com'era). I post cancellati coprirebbero quindi un periodo che va dal 2006 al 2014. Quanti sono quelli spariti nel nulla? Non si sa di preciso, ma tanti. Di sicuro tutti quelli scritti nel 2007 e nel 2008, come ha confermato Facebook. Tutti.Più complicato è capire quali siano quelli spariti prima e dopo questo biennio. È scomparso ad esempio il post con cui Zuckerberg annunciava l'acquisizione di Instagram, del 2012 (anche se è presente nell'archivio retroattivo di Newsroom). E quello in cui Zuckerberg salutava per l'ultima volta lo chef di Menlo Park Josef Desimone, da poco scomparso. Data: 2013. Capire quali siano i post persi per sempre è complicato. Ci si arriva per vie traverse, seguendo le loro tracce: le pagine scomparse non sono più raggiungibili da link inseriti in articoli online dell'epoca. Perché l'archivio è importantePerdere frammenti di Facebook non è una questione di nostalgia. Il social network non è solo una vecchia valigia di foto ingiallite ma anche una delle società più grandi del pianeta. Conoscere il suo passato,aiuta a tracciare il suo percorso, verificando le affermazioni di Zuckerberg.Ad esempio: quando annunciò l'acquisizione di Instagram, assicurò di voler “costruire e far crescere Instagram in modo indipendente”. Parole che hanno acquisito un altro peso da quando i fondatori del social fotografico hanno abbandonato il gruppo proprio perché il grande capo ha deciso di accorciare la corda e integrare le piattaforme.Indipendenza addio. Anche un contenuto in apparenza meno importante per la storia della società, il commiato allo chef Desimone, può essere una traccia attraverso cui individuare le crepe di Menlo Park: poche settimane fa, proprio Business Insider ha raccontato che durante quella festa di addio, i presenti – dopo aver bevuto un po' troppo – si presero a cazzotti. Non proprio una scena edificante per la società e per la sua sicurezza. Sono solo due casi che confermano quanto sia importante un archivio storico. Facebook è un po' meno trasparenteNon è la prima volta che frammenti del social (scritti, in particolare, da Zuckerberg) spariscono. Nel 2016 The Verge aveva notato che alcuni post del fondatore riguardanti i media e il ruolo di Facebook nelle presidenziali statunitensi erano evaporati. Menlo Park aveva parlato di un incidente, ripristinandoli dopo la pubblicazione dell'articolo. Nel 2018 TechCrunch aveva invece scoperto che i messaggi scritti via chat dal ceo avevano poteri paranormali: sparivano dopo essere arrivati a destinazione. La società aveva spiegato che si trattava di esigenze legate alla sicurezza.Precluse però a tutti gli altri utenti. Di certo oggi è un po' più difficile esplorare il passato di Facebook. E non solo per colpa dei post scomparsi. Con il lancio di Newsroom, tutto si è concentrato in questo archivio digitale: i nuovi annunci e una parte dei precedenti. Quando, in giro per il web, si clicca su un vecchio link che porta al blog, si viene reindirizzati automaticamente alla Newsroom. Ostacolando di fatto la navigazione dell'antico.I vecchi post sono custoditi nella sezione “Note” della pagina ufficiale di Facebook (@Facebook), ma senza un archivio che ne consente l'esplorazione. La via più semplice per raccogliere le vecchie tracce diventa allora cercarle su Google attraverso parole chiave. Ma per farlo è necessario conoscere già il contenuto che si sta cercando.


 
Telegram, rivoluzione chat

Telegram, rivoluzione chatNuovo importante aggiornamento per Telegram. L'App rivale di WhatsApp ha infatti rilasciato una novità in tema di privacy con l'ultima versione, disponibile per iOS, Android e Web. E ora, si legge su 'The Verge', è possibile eliminare un messaggio o un'intera conversazione dai dispositivi di tutti i partecipanti alla chat, indipendentemente da chi li abbia inviati o da quando siano stati inviati. Fino alla versione precedente, ricorda la testata specializzata in tecnologia, Telegram lasciava agli utenti una finestra di 48 ore per effettuare la cancellazione. Con l'upgrade, invece, il limite di tempo è stato eliminato e messaggi o chat intere possono essere cancellate del tutto sia sul proprio dispositivo che su quello di chiunque faccia parte del gruppo. DUROV - Secondo il fondatore di Telegram, Pavel Durov, il cambiamento permette un maggiore controllo della propria 'storia digitale': "Un vecchio messaggio dimenticato può essere preso fuori dal contesto e usato contro di te anni dopo. Un testo mandato di fretta ad una ragazza a scuola può perseguitarti nel 2030 quando deciderai di candidarti a sindaco". "Dobbiamo ammetterlo - scrive in un post -: nonostante tutti i progressi nella crittografia e nella privacy, abbiamo pochissimo controllo effettivo dei nostri dati. Non possiamo tornare indietro nel tempo e cancellare le cose per gli altri. Beh, fino ad oggi".


 
Il contatore di Whatsapp contro le bufale online

Il contatore di Whatsapp contro le bufale onlineIl servizio di messaggistica Whatsapp, di proprietà di Facebook, ingaggia una battaglia contro la diffusione di false notizie e messaggi violenti, in seguito alle pressioni politiche provenienti da numerosi Paesi e istituzioni. L'azienda ha già sviluppato un contatore che indica all'utente quante volte un messaggio è stato re-inoltrato, oltre a una funzione per la verifica delle immagini, che consente di identificare i fotomontaggi. Tutti e due gli strumenti sono già disponibili nella versione sperimentale dell'app (versione beta), ed è quindi probabile che saranno presto disponibili al pubblico.Notizie false, profili falsi, immagini false: i social network e le app di messaggistica sono diventate negli anni il veicolo di migliaia di contenuti fuorvianti che, ogni giorno, cercano di creare agitazione e instabilità. A partire dagli Stati Uniti, che con le elezioni presidenziali del 2016 hanno vissuto il momento di maggiore crescita certificata della disinformazione.Il fenomeno, inizialmente opaco, è diventato presto chiaro e identificabile: numerose iniziative avevano mirato a galvanizzare la cittadinanza creando spesso momenti di scontro e manifestazioni, spinte da gruppi di pressione e oscure organizzazioni come l'Internet Research Agency, con sede a San Pietroburgo. Negli ultimi mesi invece si è osservato un incremento nella diffusione di bufale e catene connotate da contenuti d'odio, che ha avuto anche conseguenze molto gravi in India, dove si sono verificati tredici linciaggi nel giro di pochi mesi, tutti riconducibili a campagne d'odio veicolate attraverso l'app di messaggistica, secondo quanto riferito da polizia e stampa locale.Ma con le imminenti Elezioni Europee \- le urne si apriranno tra il 23 e il 26 maggio - a premere per delle adeguate contromisure sono le istituzioni comunitarie, che vogliono evitare il ripetersi di fenomeni simili. Le bufale “virali”“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e questa diventerà verità”, diceva l'ideologo nazista Goebbels. Anzi no, la diceva lo scrittore romantico Goethe. Ma nemmeno: mai pronunciato da nessuno dei due, l'aforisma è diventato virale su Internet proprio perché, a furia di attribuirlo a questo o a quell'altro autore, ha finito per inserirsi nella conoscenza collettiva delle persone. Ed è proprio questo un esempio eccezionalmente semplice di come una falsità possa diventare credibile e creduta. Per questo Whatsapp sta sviluppando una funzione che consentirà di vedere quando un messaggio è stato “inoltrato frequentemente”, se condiviso almeno cinque volte, come riporta WAbeta.L'utente potrà sapere se il contenuto che ha condiviso è stato inoltrato anche da altri utenti e addirittura, un contatore indicherà quante volte. La funzione potrebbe servire per incoraggiare i più responsabili a pensare attentamente prima di rendere virale un'informazione, controllando prima se sia affidabile o meno.Controllo delle immaginiIl team di Whatsapp ha anche sviluppato una funzione che consente di cercare automaticamente un'immagine attraverso il motore di ricerca Google Immagini, così da indivduarne di simili, come riporta The Verge. Questo strumento può essere molto utile nel caso di fotomontaggi: verificando l'origine dello scatto l'utente può controllare se ne esistano versioni differenti. Un esempio tipico è quello in cui dei manifestanti vengono ritratti con dei cartelli in mano: spesso burloni e propagatori di false notizie hanno utilizzato simili scatti per inserire messaggi fuorvianti sui cartelli, inducendo l'osservatore a credere a notizie per lo più orientate contro i migranti.Per quanto le aziende tecnologiche possano sforzarsi, la diffusione delle bufale è un fenomeno che deve essere prima di tutto compreso dagli utenti, per fare sì che venga limitato. Facilmente si tende a condividere informazioni false o pretestuose solo perché confortano le opinioni che già abbiamo. Ma a una censura preventiva dei contenuti, sarebbe probabilmente preferibile un atteggiamento critico nei confronti delle notizie che leggiamo, e un maggiore rigore nella scelta di quello che condividiamo sui nostri profili.


 
La lezione dell'ultimo Blockbuster rimasto al mondo ai moderni servizi di streaming

Il contatore di Whatsapp contro le bufale onlineIl servizio di messaggistica Whatsapp, di proprietà di Facebook, ingaggia una battaglia contro la diffusione di false notizie e messaggi violenti, in seguito alle pressioni politiche provenienti da numerosi Paesi e istituzioni. L'azienda ha già sviluppato un contatore che indica all'utente quante volte un messaggio è stato re-inoltrato, oltre a una funzione per la verifica delle immagini, che consente di identificare i fotomontaggi. Tutti e due gli strumenti sono già disponibili nella versione sperimentale dell'app (versione beta), ed è quindi probabile che saranno presto disponibili al pubblico.Notizie false, profili falsi, immagini false: i social network e le app di messaggistica sono diventate negli anni il veicolo di migliaia di contenuti fuorvianti che, ogni giorno, cercano di creare agitazione e instabilità. A partire dagli Stati Uniti, che con le elezioni presidenziali del 2016 hanno vissuto il momento di maggiore crescita certificata della disinformazione.Il fenomeno, inizialmente opaco, è diventato presto chiaro e identificabile: numerose iniziative avevano mirato a galvanizzare la cittadinanza creando spesso momenti di scontro e manifestazioni, spinte da gruppi di pressione e oscure organizzazioni come l'Internet Research Agency, con sede a San Pietroburgo. Negli ultimi mesi invece si è osservato un incremento nella diffusione di bufale e catene connotate da contenuti d'odio, che ha avuto anche conseguenze molto gravi in India, dove si sono verificati tredici linciaggi nel giro di pochi mesi, tutti riconducibili a campagne d'odio veicolate attraverso l'app di messaggistica, secondo quanto riferito da polizia e stampa locale.Ma con le imminenti Elezioni Europee \- le urne si apriranno tra il 23 e il 26 maggio - a premere per delle adeguate contromisure sono le istituzioni comunitarie, che vogliono evitare il ripetersi di fenomeni simili. Le bufale “virali”“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e questa diventerà verità”, diceva l'ideologo nazista Goebbels. Anzi no, la diceva lo scrittore romantico Goethe. Ma nemmeno: mai pronunciato da nessuno dei due, l'aforisma è diventato virale su Internet proprio perché, a furia di attribuirlo a questo o a quell'altro autore, ha finito per inserirsi nella conoscenza collettiva delle persone. Ed è proprio questo un esempio eccezionalmente semplice di come una falsità possa diventare credibile e creduta. Per questo Whatsapp sta sviluppando una funzione che consentirà di vedere quando un messaggio è stato “inoltrato frequentemente”, se condiviso almeno cinque volte, come riporta WAbeta.L'utente potrà sapere se il contenuto che ha condiviso è stato inoltrato anche da altri utenti e addirittura, un contatore indicherà quante volte. La funzione potrebbe servire per incoraggiare i più responsabili a pensare attentamente prima di rendere virale un'informazione, controllando prima se sia affidabile o meno.Controllo delle immaginiIl team di Whatsapp ha anche sviluppato una funzione che consente di cercare automaticamente un'immagine attraverso il motore di ricerca Google Immagini, così da indivduarne di simili, come riporta The Verge. Questo strumento può essere molto utile nel caso di fotomontaggi: verificando l'origine dello scatto l'utente può controllare se ne esistano versioni differenti. Un esempio tipico è quello in cui dei manifestanti vengono ritratti con dei cartelli in mano: spesso burloni e propagatori di false notizie hanno utilizzato simili scatti per inserire messaggi fuorvianti sui cartelli, inducendo l'osservatore a credere a notizie per lo più orientate contro i migranti.Per quanto le aziende tecnologiche possano sforzarsi, la diffusione delle bufale è un fenomeno che deve essere prima di tutto compreso dagli utenti, per fare sì che venga limitato. Facilmente si tende a condividere informazioni false o pretestuose solo perché confortano le opinioni che già abbiamo. Ma a una censura preventiva dei contenuti, sarebbe probabilmente preferibile un atteggiamento critico nei confronti delle notizie che leggiamo, e un maggiore rigore nella scelta di quello che condividiamo sui nostri profili.


 
"Fateli a pezzi": l'incredibile coro contro la Silicon Valley

Il contatore di Whatsapp contro le bufale onlineIl servizio di messaggistica Whatsapp, di proprietà di Facebook, ingaggia una battaglia contro la diffusione di false notizie e messaggi violenti, in seguito alle pressioni politiche provenienti da numerosi Paesi e istituzioni. L'azienda ha già sviluppato un contatore che indica all'utente quante volte un messaggio è stato re-inoltrato, oltre a una funzione per la verifica delle immagini, che consente di identificare i fotomontaggi. Tutti e due gli strumenti sono già disponibili nella versione sperimentale dell'app (versione beta), ed è quindi probabile che saranno presto disponibili al pubblico.Notizie false, profili falsi, immagini false: i social network e le app di messaggistica sono diventate negli anni il veicolo di migliaia di contenuti fuorvianti che, ogni giorno, cercano di creare agitazione e instabilità. A partire dagli Stati Uniti, che con le elezioni presidenziali del 2016 hanno vissuto il momento di maggiore crescita certificata della disinformazione.Il fenomeno, inizialmente opaco, è diventato presto chiaro e identificabile: numerose iniziative avevano mirato a galvanizzare la cittadinanza creando spesso momenti di scontro e manifestazioni, spinte da gruppi di pressione e oscure organizzazioni come l'Internet Research Agency, con sede a San Pietroburgo. Negli ultimi mesi invece si è osservato un incremento nella diffusione di bufale e catene connotate da contenuti d'odio, che ha avuto anche conseguenze molto gravi in India, dove si sono verificati tredici linciaggi nel giro di pochi mesi, tutti riconducibili a campagne d'odio veicolate attraverso l'app di messaggistica, secondo quanto riferito da polizia e stampa locale.Ma con le imminenti Elezioni Europee \- le urne si apriranno tra il 23 e il 26 maggio - a premere per delle adeguate contromisure sono le istituzioni comunitarie, che vogliono evitare il ripetersi di fenomeni simili. Le bufale “virali”“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e questa diventerà verità”, diceva l'ideologo nazista Goebbels. Anzi no, la diceva lo scrittore romantico Goethe. Ma nemmeno: mai pronunciato da nessuno dei due, l'aforisma è diventato virale su Internet proprio perché, a furia di attribuirlo a questo o a quell'altro autore, ha finito per inserirsi nella conoscenza collettiva delle persone. Ed è proprio questo un esempio eccezionalmente semplice di come una falsità possa diventare credibile e creduta. Per questo Whatsapp sta sviluppando una funzione che consentirà di vedere quando un messaggio è stato “inoltrato frequentemente”, se condiviso almeno cinque volte, come riporta WAbeta.L'utente potrà sapere se il contenuto che ha condiviso è stato inoltrato anche da altri utenti e addirittura, un contatore indicherà quante volte. La funzione potrebbe servire per incoraggiare i più responsabili a pensare attentamente prima di rendere virale un'informazione, controllando prima se sia affidabile o meno.Controllo delle immaginiIl team di Whatsapp ha anche sviluppato una funzione che consente di cercare automaticamente un'immagine attraverso il motore di ricerca Google Immagini, così da indivduarne di simili, come riporta The Verge. Questo strumento può essere molto utile nel caso di fotomontaggi: verificando l'origine dello scatto l'utente può controllare se ne esistano versioni differenti. Un esempio tipico è quello in cui dei manifestanti vengono ritratti con dei cartelli in mano: spesso burloni e propagatori di false notizie hanno utilizzato simili scatti per inserire messaggi fuorvianti sui cartelli, inducendo l'osservatore a credere a notizie per lo più orientate contro i migranti.Per quanto le aziende tecnologiche possano sforzarsi, la diffusione delle bufale è un fenomeno che deve essere prima di tutto compreso dagli utenti, per fare sì che venga limitato. Facilmente si tende a condividere informazioni false o pretestuose solo perché confortano le opinioni che già abbiamo. Ma a una censura preventiva dei contenuti, sarebbe probabilmente preferibile un atteggiamento critico nei confronti delle notizie che leggiamo, e un maggiore rigore nella scelta di quello che condividiamo sui nostri profili.


 
Il piano per "fare a pezzi" Amazon, Google e Facebook (e anche Apple), spiegato

Il piano per "fare a pezzi" Amazon, Google e Facebook (e anche Apple), spiegato“È ora di fare a pezzi Amazon, Google e Facebook”. La traduzione è un po' rozza ma letterale: fare a pezzi, break up. Lo sticker su fondo verdino e caratteri neri campeggia sul post apparso su Medium l'8 marzo. Per essere la festa internazionale delle donne, la tostissima Elizabeth Warren non poteva scegliere un modo migliore forse: dichiarare la guerra finale allo strapotere della Silicon Valley. Se nel 2020 sarò eletta alla Casa Bianca, è il messaggio, questa cosa finirà. Elizabeth ha sfidato Golia.Elizabeth Ann Warren (qui un profilo notevole a cura del New Yorker) compirà 70 anni a giugno. Dal 2013 è una senatrice del Massachusetts per i democratici, un seggio conquistato dopo aver trascorso una vita a combattere i privilegi delle banche e di Wall Street, soprattutto dopo la grave crisi finanziaria del 2008. I suoi avversari la descrivono come una populista di sinistra ma è una semplificazione eccessiva. Anche perché la Warren fino al 1994 aveva sempre votato per i repubblicani; e sostiene di aver cambiato campo proprio per poter difendere meglio la classe media dallo strapotere delle grandi organizzazioni finanziaria. Il 9 febbraio scorso, nel corso di un evento a Lawrence, in Massachusetts, si è candidata per diventare la sfidante democratica di Donald Trump per la presidenza degli Stati Uniti. E un mese esatto dopo, ha sganciato la sua “bomba” sulla Silicon Valley.Una “bomba” per certi versi prevista: sono molti mesi che a livello accademico si discute di come arginare il potere eccessivo e distorsivo dei mercati e della democrazia delle “tech companies” americane. Ma imprevista se consideriamo il mittente. Elizabeth Warren, autorevole candidata democratica alla Casa Bianca. Il fatto è che sono dieci anni che i democratici sono perdutamente innamorati della Silicon Valley e del magico potere della rete di creare un mondo migliore. Anzi di più: sono venticinque anni. Negli anni ‘90 fu il vice presidente Al Gore (il presidente era Bill Clinton), il primo a dire che il futuro passava per le autostrade informatiche di Internet, quando Internet ancora era roba per nerd (al punto che ancora oggi molti in America sono convinti che Internet l'abbia inventata Al Gore). E il 14 novembre 2017, il candidato alla Casa Bianca Barack Obama, mentre dimostrava a tutti il potere di Facebook in campagna elettorale, fece una celebre tappa al quartier generale di Google, a Mountain View, preludio della lunga luna di miele del presidente con le grandi aziende della Silicon Valley. “Se i miei avversari investiranno i loro soldi negli spot tv, io userò YouTube” disse il candidato democratico mandando in visibilio l'amministratore delegato di Google che lo intervistava sul palco.Game over. Quella storia è finita, scrive Elizabeth Warren, nel suo lungo post su Medium (sette minuti per leggerlo, ma in Silicon Valley qualcuno lo ha riletto almeno dieci volte secondo me). “Venticinque anni fa Facebook, Google e Amazon non esistevano. Oggi sono tra le società più importanti del mondo. Una grande storia, ma che dimostra perché il governo degli Stati Uniti adesso debba spezzare i loro monopoli e riaprire i mercati alla competizione”. Per spiegarlo la Warren ricorre ad un precedente importante. Quello che accadde a Microsoft negli anni ‘90: “Era un gigante tecnologico a quei tempi”, scrive la Warren. In realtà lo è anche oggi. Ma allora la società di Bill Gates era il numero uno assoluto. Il suo sistema operativo era in quasi tutti i computer e il suo browser era il più usato per navigare il web che stava nascendo. Il governo federale aprì una inchiesta contro Microsoft per violazione delle legge antitrust. Senza quella inchiesta, è storia nota, non sarebbe nato Google e forse neanche Facebook. Scrive la Warren: “Questa storia dimostra che promuovere la concorrenza è importante ed apre la strada a nuove aziende che possono offrire servizi e prodotti migliori. Oppure preferivate usare Bing come motore di ricerca?”. (Bing è il motore di ricerca che invano Microsoft ha provato a imporre al mercato).Quello che accade oggi, secondo la Warren, è il contrario: la grandi aziende tecnologiche hanno troppo potere nell'economia, nella società e nella democrazia. Rispetto alla concorrenza, si sono comportate come bulldozer, l'hanno demolita. Comprandosi i comptetitor o mandandoli fuori mercato. E questo non ha danneggiato sono noi utenti, ma ha impantanato l'innovazione. Nessun investe più su una azienda che possa sfidare Amazon, Facebook e Google. Partita persa. “La metà di tutto il commercio elettronico passa attraverso Amazon, il 70 per cento del traffico Internet è su siti gestiti o di proprietà di Google e Facebook... Queste aziende hanno un potere enorme sulla nostra vita digitale”. (su questi dati c'è stata un po' di maretta, alcuni hanno notato che un contro è il traffico dati per gli Stati Uniti, un altro se consideriamo il mondo intero). La Warren non si limita alla denuncia, ma spiega nel dettaglio quali cambi strutturali ci saranno se diventerà presidente degli Stati Uniti (la prima donna, tra l'altro). Si tratta di rovesciare quei meccanismi che hanno consentito un simile accumulo di potere. Il primo: l'utilizzo delle fusioni per limitare la concorrenza. Esempi: Facebook che compra Whatsapp e Instagram; Amazon che costringe una bella azienda come Diapers (pannolini e saponi) a farsi acquisire ad un prezzo più basso del valore di mercato (nel 2010; nel 2017 è sparita); Google che ingloba due possibili avversari, la startup israeliana di mappe di navigazione Waze e la piattaforma di pubblicità online DoubleClick. “Il governo invece di impedire queste operazioni che nel lungo periodo danneggiavano il mercato e l'innovazione, le ha incoraggiate”. Il secondo meccanismo che la Warren individua quale strumento che danneggia la concorrenza, è l'abuso del potere delle piattaforme. Esempi: Amazon vende prodotti di terzi, ma a volte li copia e li vende a un prezzo più basso; e Google nei risultati del motore di ricerca, privilegia i prodotti con cui ha stretto accordi commerciali danneggiando competitor come Yelp (pratica questa sanzionata dall'Unione Europea). Morale: “I venture capitalists hanno paura di investire in startup che già sanno che verranno schiacciate o comprate dalle big tech”. Un numero: dal 2012 ad oggi i round iniziali di finanziamento di startup sono calati del 22 per cento. Meno startup vuol dire meno competizione, meno innovazione. E dall'altra parte un gruppo di grandi aziende che possono “agire come “bulli” nei confronti del potere politico per avere immensi incentivi fiscali con i soldi dei cittadini” (vedi il recente caso New York City- Amazon). Quello che la Warren propone è strada che ha sempre avuto cittadinanza nella storia degli Stati Uniti: “spezzare” le aziende quando diventano monopoli di fatto per assicurare servizi migliori a prezzi più bassi e ridare fiato all'innovazione, vero motore del progresso. Gli esempi che cita la senatrice sono famosi: la compagnia petrolifera Standard Oil, la banca JpMorgan, le ferrovie, la compagnia telefonica AT&T. Tutti trust che sono stati divisi per il bene comune. La prima cosa che accadrà con la Warren alla Casa Bianca sarà il varo di una legge che stabilisce le condizioni per cui alcuni colossi tecnologici possono essere considerati “piattaforme che forniscono servizi di pubblica utilità”, e per questo motivo, separate dal resto delle attività societarie. Sopra i 25 miliardi di fatturato globale (limite ampiamente superato dalle tre aziende nel mirino della Warren), un marketplace, un mercato di annunci pubblicitari o uno strumento per unire terze parti, verranno considerati “platform utilities”. E in virtù di ciò non potranno detenere altre aziende che operano sulla piattaforma. Tradotto: Amazon Marketplace, Google AD Exchange e Google Search diventeranno “platform utilities” e saranno separate dal resto dei rispettivi gruppi. La seconda cosa sarà rigettare fusioni e acquisizioni che hanno distorto il mercato. Qui gli esempi sono notissimi. Per Amazon, si tratta di vietare retroattivamente l'acquisizione di Whole Foods e Zappos; per Google, come abbiamo visto, di Waze e DoubleClick; per Facebook, sarebbero bocciate le operazioni con WhatsApp e Instagram. Indietro tutta. Insomma, una rivoluzione. La Warren se ne rende conto. Ha scelto il potere più grande che c'è oggi e l'ha sfidato. Ma la Silicon Valley non è soltanto un potere: lo è perché fornisce ad alcuni miliardi di abitanti del pianeta terra servizi considerati essenziali. Li perderemo? La senatrice sa che è questa la domanda che molti le faranno, questo sarà l'argomento usato dai suoi avversari in campagna elettorale. E prova a smontarlo subito: “Come sarà Internet dopo queste riforme?” si chiede. “Ecco cosa non cambierà: Potrete ancora andare su Google e fare le vostre ricerche; e su Amazon troverete ancora trenta modelli diversi di macchina del caffè che potreste avere a casa in due giorni; e su Facebook avrete ancora la possibilità di scoprire cosa sta facendo un vostro vecchio compagno di scuola”. Ma ecco invece cosa cambierà: “Le piccole aziende potranno vendere i loro prodotti su Amazon senza il timore di essere sbattuti fuori dal mercato; Google non danneggerà i suoi concorrenti penalizzando i loro prodotti con il motore di ricerca; e Facebook sarà sfidato da Instagram e Whatsapp a fornire una protezione vera della privacy degli utenti. E gli startupper avranno una chanche di giocarsela con i giganti tecnologici”.E questo è solo l'inizio, conclude la Warren: poi occorre rimettere il controllo dei dati personali nelle mani degli utenti; ridare ai giornali la possibilità di fare introiti adeguati con le notizie su cui invece guadagnano troppo Google e Facebook; fare in modo che la Russia, o altre potenze, non provino a manipolare l'opinione pubblica usando i social network. Il piano per fare a pezzi Amazon, Google e Facebook è lanciato. Qualcuno dice che è una idiozia (il Washington Examiner), per altri è sacrosanto (The Week Magazine). Secondo il Washington Post (che è di proprietà di Jeff Bezos, il fondatore e amministratore delegato di Amazon), funzionerà meglio come argomento da campagna elettorale che come una politica che può realmente essere realizzata. Anche secondo gli esperti sentiti da TIME non sarà facile mantenere l'impegno una volta alla Casa Bianca. Mentre l'autorevole sito della Silicon Valley Slate avverte che sono già partite le grandi manovre per disinnescare l'attacco.L'unico che tace è Donald Trump. Detesta la Warren, ma non di più di quanto un paio di anni fa detestasse i nuovi ricchi della Silicon Valley, che durante la campagna elettorale si erano tutti schierati (finanziandola) per la sua avversaria Hillary Clinton (tutti tranne Peter Thiel, va detto). Leggendo il manifesto della senatrice democratica, forse il presidente in carica avrà pensato che avrebbe dovuto lanciarla lui la sfida alla Silicon Valley, paladina dichiarata del valore dell'immigrazione (ricordate la campagna per i Dreamers?) mentre lui sogna un muro chilometrico con il Messico.Quale occasione migliore per regolare i conti con l'odiato Jeff Bezos? E con i due super obamiani fondatori di Google Larry Page e Sergey Brin? E con quel Mark Zuckerberg che si comporta come se fosse più importante del presidente degli Stati Uniti? Adesso non può più farlo, ma da qui a passare dalla parte opposta e difenderli ce ne passa. Anche perché fare a pezzi le big tech della Silicon Valley vuol dire fare un favore alla Cina e alla sua big tech, proprio quando sul digitale ha innescato la freccia del sorpasso come dimostra la vicenda del 5G e di Huawei.E poi questo della “west coast” è un mondo che Trump, cresciuto fra New York e la Florida, non conosce davvero e non capisce nemmeno, in fondo. Qualche giorno fa durante una riunione di un comitato sull'occupazione alla Casa Bianca, nel ringraziare l'amministratore delegato di Apple Tim Cook per quello che sta facendo sul tema, lo ha chiamato “Tim Apple”. Al ché Cook gli ha dato la mano e come sommo sberleffo si è affrettato a cambiare il suo nome su Twitter: dopo Tim adesso c'è solo la mela di Apple, a imperitura memoria della gaffe presidenziale. Per inciso: l'unico gigante tecnologico mai citato dalla senatrice Warren è proprio l'azienda fondata da Steve Jobs. Ci sono almeno cinque buone ragioni per cui la Apple non sarebbe nel mirino della politica. Ma la verità è che neanche Tim Apple può stare sereno. Due giorni dopo la pubblicazione del manifesto, parlando a SXSW, in Texas, la Warren ha chiarito che il suo piano riguarda anche la società di Cupertino. post editato l'11 marzo, dopo l'intervista della Warren a The Verge che ha chiarito il coinvolgimento di Apple nel suo piano antirtrust


 
Cosa si capisce dal trailer dell'ultima stagione di Game of Thrones

Cosa si capisce dal trailer dell'ultima stagione di Game of ThronesA poco più di un mese dal debutto dell'ultima stagione di Game of Thrones, Hbo ha diffuso un nuovo trailer. Un montaggio di due minuti esatti su cui i fan si sono accaniti per cercare indizi su cosa accadrà nel gran finale di una delle serie di maggior successo della storia della tv. La battaglia principale sembra essere tra Jon Snow, Daenerys Targaryen e tutto il Nord mentre si preparano per l'invasione degli Estranei. L'inverno è finalmente arrivato con un nuovo nemico molto più grande di qualsiasi cosa si sia vista a sud di Grande Inverno. La settima stagione di Game of Thrones, ricorda The Verge, si è conclusa con la rivelazione che gli Estranei ora hanno il loro drago e che sono pronti a impiegarlo per distruggere Grande Inverno. Tutto il trailer ruota intorno a una sibillina frase pronunciata da Arya Stark: “Conosco la morte, ha molti volti. Sono impaziente di vedere il prossimo“. La minaccia tanto evocata in tutta la clip si manifesta negli ultimi secondi, quando compaiono le zampe scheletriche del cavallo del Re della Notte. E in questa scena sembra essere il senso della fine di Game of Thrones: una battaglia tra i vivi e i morti.L'inverno, quindi, sta per arrivare per l'ultima volta. Precisamente il 14 aprile. Non si tratta di una stagione lunga, ma di appena sei puntate che dovrebbero stare tutte sotto la durata delle due ore, probabilmente intorno agli 80 minuti. E', inoltre, la stagione più costosa: 15 milioni di dollari a episodio, una cifra che conferma la spettacolarità della battaglia finale per il trono più famoso del piccolo e del piccolissimo schermo.A fine ottobre un video aveva già alimentato l'attesa attraverso l'uso dell'hashtag ForTheThrone e un copy assai chiaro: "Ogni battaglia. Ogni tradimento. Ogni rischio. Ogni combattimento. Ogni sacrificio. Ogni morte. Tutto per il Trono", ipotizzando il mese di aprile come possibile partenza.L'ottava stagione svilupperà intrecci che i libri di George R.R. Martin, il creatore della saga, non hanno ancora raccontato, anche se l'autore è stato coinvolto nella scrittura della sceneggiatura.Sulla piattaforma Reddit, molto diffusa negli USA, il regista David Nutter aveva anticipato che la prima puntata, una sorta di prologo, avrebbe risolto alcune sotto-trame sviluppate negli anni. Aveva anche aggiunto, stimolando la fantasia dei fan, che gli Estranei “non sarebbero stati l'unico problema perché tutti gli altri dovranno confrontarsi tra loro".Il trailer, pubblicato nella notte italiana, ha superato in poche ore le 18 milioni di visualizzazioni. Indice dell'attesa che c'è intorno a Game of Thrones. Ora, però, può iniziare il countdown. Il 14 aprile è vicino, vicinissimo.


 
Le cose orribili che vedono i moderatori di Facebook

Le cose orribili che vedono i moderatori di FacebookUn'inchiesta sulle condizioni di lavoro dei moderatori di Facebook solleva preoccupazioni sulle conseguenze psicologiche derivanti dall'essere costantemente esposti a contenuti violenti. Responsabili di ciò che viene pubblicato sul social network, alcuni dipendenti di Cognizant - società basata in Arizona che lavora per Facebook -, hanno parlato sotto garanzia di anonimato con The Verge, descrivendo i problemi psicologici derivanti dal costante bombardamento di commenti di odio e immagini e video violenti (alcuni dei quali riguardano omicidi reali).I lavoratori si sono anche lamentati dei turni sfiancanti che sono costretti a sostenere, a fronte di paghe di “appena 28.800 dollari l'anno” (circa 25.360 euro). Diversi dipendenti hanno riportato di aver sofferto cedimenti psicologici, manifestando i sintomi dello stress post-traumatico (Dpts), descrivendo crolli improvvisi e attacchi di panico.Costantemente esposti a immagini violente, i moderatori hanno il compito di intercettare e rimuovere i contenuti inappropriati dalla piattaforma. Tra questi anche commenti di odio e a sfondo razziale, fake news e tesi complottistiche, immagini violente o pornografiche e video che riprendono degli omicidi. In un episodio citato nell'inchiesta, una responsabile alla formazione di nuovi moderatori ha subito un crollo dopo aver mostrato un video nel quale un uomo viene ucciso a coltellate. Secondo le fonti citate da The Verge, alcuni moderatori farebbero ricorso a droghe leggere e rapporti sessuali durante gli orari di lavoro, come meccanismo di reazione ai traumi ai quali sono sottoposti. Altri riferiscono di dipendenti responsabili della moderazione delle fake news che finirebbero per essere suggestionati dalle stesse o inclini alla radicalizzazione.Ma già lo scorso settembre, un'ex dipendente di Facebook aveva denunciato l'azienda per essere stata “esposta a contenuti altamente tossici, insicuri e dannosi durante il suo impiego come moderatrice di contenuti”, nella sede centrale dell'azienda, in California. La causa risulta ancora in corso.Altri due moderatori contattati da Business Insider hanno dichiarato di essere pagati con stipendi relativamente molto bassi (28 mila dollari l'anno e 34 mila dollari l'anno), ma non confermano di aver sentito storie riguardanti l'uso di droghe in ufficio. “Non ho dubbi che certi contenuti abbiano consumato alcune persone, specialmente quelle che lavorano principalmente con immagini e video o che si occupano di sfruttamento dei bambini”, ha dichiarato uno dei due.


 
La causa tra Swatch e Samsung sui quadranti digitali

La causa tra Swatch e Samsung sui quadranti digitaliA pochi giorni dalla presentazione del nuovo Galaxy Watch Active di Samsung, Swatch fa causa all'azienda sudcoreana per violazione della proprietà intellettuale. Secondo il produttore svizzero di orologi, gli sviluppatori terzi delle grafiche per i quadranti digitali di Samsung avrebbero disegnato trenta quadranti “identici o praticamente identici” a quelli di Swatch. Secondo quanto riportato da Reuters, Swatch accusa Samsung di pratiche commerciali sleali, che potrebbero indurre i clienti a credere che esista una collaborazione tra le due aziende.“Quella di Samsung è una palese, dolosa e internazionale violazione dei nostri diritti d'autore”, ha commentato a Reuters un portavoce della Swatch. L'azienda ha presentato denuncia negli Stati Uniti - dove registra i marchi e da dove gli sfondi sono scaricabili - chiedendo un risarcimento di cento milioni di dollari (circa 87 milioni di euro). Tra le grafiche ricopiate da Samsung ci sarebbe anche quella di uno Jaquet Droz Tropical Bird Repeater, orologio per collezionisti del valore di 650 mila dollari (circa 570 mila euro).Disponibili al download sul negozio online Galaxy Apps per i modelli Samsung Gear Sport, Gear S3 Classic, and Frontier, gli sfondi contestati sono prodotti da terze parti. Tuttavia, la multinazionale svizzera avrebbe precisato nella sua denuncia che Samsung percepisce una quota dei ricavi.Secondo quanto riportato da The Verge, Swatch avrebbe contattato Samsung a fine dicembre, presentando una lista di grafiche e ottenendone la rimozione. Tuttavia secondo l'azienda, Samsung non avrebbe ammesso il plagio e avrebbe rifiutato di riprogettare lo store, nel quale da allora sarebbero comparse nuove grafiche ispirate alle loro.


 
Automotive C-V2X Ready to Roll Out Globally, Says 5GAA at This Year's MWC Barcelona

La causa tra Swatch e Samsung sui quadranti digitaliA pochi giorni dalla presentazione del nuovo Galaxy Watch Active di Samsung, Swatch fa causa all'azienda sudcoreana per violazione della proprietà intellettuale. Secondo il produttore svizzero di orologi, gli sviluppatori terzi delle grafiche per i quadranti digitali di Samsung avrebbero disegnato trenta quadranti “identici o praticamente identici” a quelli di Swatch. Secondo quanto riportato da Reuters, Swatch accusa Samsung di pratiche commerciali sleali, che potrebbero indurre i clienti a credere che esista una collaborazione tra le due aziende.“Quella di Samsung è una palese, dolosa e internazionale violazione dei nostri diritti d'autore”, ha commentato a Reuters un portavoce della Swatch. L'azienda ha presentato denuncia negli Stati Uniti - dove registra i marchi e da dove gli sfondi sono scaricabili - chiedendo un risarcimento di cento milioni di dollari (circa 87 milioni di euro). Tra le grafiche ricopiate da Samsung ci sarebbe anche quella di uno Jaquet Droz Tropical Bird Repeater, orologio per collezionisti del valore di 650 mila dollari (circa 570 mila euro).Disponibili al download sul negozio online Galaxy Apps per i modelli Samsung Gear Sport, Gear S3 Classic, and Frontier, gli sfondi contestati sono prodotti da terze parti. Tuttavia, la multinazionale svizzera avrebbe precisato nella sua denuncia che Samsung percepisce una quota dei ricavi.Secondo quanto riportato da The Verge, Swatch avrebbe contattato Samsung a fine dicembre, presentando una lista di grafiche e ottenendone la rimozione. Tuttavia secondo l'azienda, Samsung non avrebbe ammesso il plagio e avrebbe rifiutato di riprogettare lo store, nel quale da allora sarebbero comparse nuove grafiche ispirate alle loro.


 
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