Impianti tecnologici
COGETEL Scarl realizza impianti tecnologici, quali: * Realizzazione di impianti per la messa i...
 
Manutenzione
COGETEL Scarl si propone per la manutenzione di infrastrutture, cavi, apparati, antenne, sale en...
 
Sviluppo software
COGETEL Scarl propone sistemi informativi tecnologicamente all’avanguardia sia per le architettur...
Reti fisse di accesso e trasporto
COGETEL Scarl è in grado di offrire soluzioni tecnologiche complete (infrastrutture, cavi, appara...
 
Settore ferroviario
COGETEL Scarl opera nel settore ferroviario con competenze specifiche nelle seguenti aree di busi...
 
Segnalamento
COGETEL Scarl dispone di un Centro di Competenza di elevato know-how e di grande esperienza, per ...
Trazione elettrica
COGETEL Scarl grazie al know-how acquisito con la realizzazione di stazioni e linee ferroviarie c...
 
Networking
COGETEL Scarl coniuga un consolidato know-how su tecnologie wireline e wireless, con la conoscenz...
 
Fleet management
COGETEL Scarl sviluppa sistemi di fleet management per il monitoraggio e il controllo di veicoli ...
Video sorveglianza
COGETEL Scarl sviluppa sistemi di video sorveglianza per grandi aziende, per le quali è rivolta l...
 
Reti radio
COGETEL Scarl si propone per tutte le fasi di realizzazione delle Reti Radiomobili di seconda e t...
 
Reti di energia
COGETEL Scarl è in grado di progettare, realizzare e manutenere reti di trasporto e distribuzione...
 
News

Apple ha negato di nuovo all'Fbi l'accesso all'iPhone di un attentatore

Apple ha negato di nuovo all'Fbi l'accesso all'iPhone di un attentatoreFornire alle autorità una "backdoor" per ottenere i dati contenuti negli iPhone costituisce un rischio eccessivo per la sicurezza, dato che potrebbe permettere l'accesso anche a terze parti in grado di costituire una "minaccia per la sicurezza nazionale". Così, riporta The Verge, la casa di Cupertino ha risposto al ministro della Giustizia Usa, William Barr, che in conferenza stampa la aveva attaccata per non aver acconsentito alla richiesta di sbloccare due iPhone appartenuti a Mohammed Saeed Alshamrani, giovane ufficiale dell'aviazione saudita che lo scorso mese ha ucciso tre giovani ufficiali della Marina americana e ne aveva feriti altri 8, per poi essere freddato dalla polizia, nel centro di addestramento di Pensacola.L'Fbi aveva ricevuto l'autorizzazione del tribunale per esaminare entrambi i telefoni, uno dei quali risultava danneggiato ma, sottolineando che erano "virtualmente impossibili da sbloccare senza la password", aveva chiesto l'aiuto di Apple. La compagnia, come sempre in questi casi, aveva fornito accesso ai dati presenti su cloud ma non a quelli salvati sul dispositivo, come era già avvenuto in passato con un iPhone legato all'autore della strage di San Bernardino, perpetrata da un altro estremista islamico il 2 dicembre 2015. "Non esiste una backdoor solo per i buoni"Barr ha fatto appello ad Apple e alle altre compagnie del settore perché "ci aiutino a trovare una soluzione che ci consenta di proteggere meglio le vite degli americani e prevenire futuri attacchi". Apple ha replicato in una lettera di aver fornito tutta l'assistenza possibile all'Fbi ma ha ribadito l'impossibilità di garantire accesso al contenuto dei dispositivi bloccati. "Abbiamo sempre spiegato che non esiste qualcosa come una backdoor solo per i 'buoni' - si legge nella missiva - le backdoor possono essere sfruttate anche da soggetti che minacciano la nostra sicurezza nazionale e la sicurezza dei dati dei nostri clienti".Lanciare una versione non criptata del sistema operativo iOS, come era stato suggerito dall'Fbi dopo la strage di San Bernardino, metterebbe a rischio la sicurezza di ogni singolo possessore di iPhone, ha ripetuto la compagnia. Gli stessi argomenti con i quali, appena il mese scorso, Facebook aveva spiegato a Barr che non avrebbe mai consentito l'accesso a fini investigativi alle conversazioni scambiate attraverso i suoi servizi di messaggistica criptati, come WhatsApp.


 
Il tool di Twitter, Adobe e New York Times contro la disinformazione online

Il tool di Twitter, Adobe e New York Times contro la disinformazione onlineAdobe, Twitter e la New York Times Company hanno annunciato lunedì di star sviluppando un nuovo sistema per rendere più facile l'attribuzione di un determinato contenuto all'artista che l'ha creato. Il tool in questione, di cui ancora non si sa molto, darà la possibilità di vedere se il contenuto originale è stato modificato da terzi permettendo alle persone di fare un check su questo tipo di dati. È stata Adobe sul suo blog a raccontare i primi elementi di questo prototipo, chiamato Content Authenticity Initiative (CAI) che verrà presentato in maniera più dettagliata nei prossimi mesi, sembra durante un summit dedicato.Lo strumento funzionerebbe, come riporta The Verge, attraverso dei metadata che potranno essere agganciati al file originale realizzato tramite i vari programmi di Adobe, come Photoshop. Quello che ancora manca, in questa primaria descrizione iniziale del tool, è la parte legata alla sicurezza del tag: come si può prevenire che quest'ultimo possa essere copiato o modificato? Scott Belsky, Chief Product Officer di Adobe, ha sottolineato come questa parte, non banale, sia uno dei temi fondamentali che verranno approfonditi durante le prossime presentazioni del progetto.Adobe ha definito questo strumento come un modo efficace per migliorare l'autenticità dei contenuti online. Ed è qui che entrano in gioco Twitter e il New York Times. Secondo Marc Lavallee, responsabile dei progetti di ricerca e sviluppo della compagnia che possiede il giornale americano (e non solo), CAI potrebbe combattere la disinformazione online aiutando le persone a distinguere le notizie di cui fidarsi da quelle costruite ad arte per ingannare il lettore.Ma CAI è uno strumento che vuole soprattutto cambiare la vita a molti artisti che, in questo modo, potranno richiedere il giusto riconoscimento per il loro lavoro nel caso questo venisse utilizzato senza adeguata citazione, in contesti giornalistici e no. Molti contenuti visual, foto comprese, si muovono su Twitter senza che sia indicata la fonte originale, spesso condivisi senza la giusta citazione. È un meccanismo che la piattaforma di Jack Dorsey vuole combattere per dare ancora più forza alla propria capacità informativa.“Oggi abbiamo una grande proliferazione di contenuti digitali e per questo le persone vogliono essere rassicurate che il contenuto che stanno vedendo sia autentico”. A dirlo è Dana Rao, vicepresidente esecutivo di Adobe che ha voluto mettere l'accento sulla collaborazione portata avanti con le altre due grandi realtà: “Siamo entusiasti di sostenere l'adozione di un sistema di attribuzione dei contenuti insieme a New York Times Company e Twitter. È fondamentale che le aziende tecnologiche e quelle dei media si uniscano per consentire ai consumatori di valutare e riconoscere meglio la veridicità dei contenuti online".Per le tre anime di questo progetto "la capacità di fornire una corretta attribuzione dei contenuti a creatori ed editori è fondamentale per garantire fiducia e trasparenza online". È questa deve essere una responsabilità condivisa tra artisti, piattaforme tecnologiche e media. CAI vuole essere un buon punto di partenza verso questa direzione.


 
Troppe pressioni su Libra: Mastercard, Visa e PayPal mollano Zuckerberg?

Troppe pressioni su Libra: Mastercard, Visa e PayPal mollano Zuckerberg?Libra cerca ancora equilibrio. Visa, Mastercard, Paypal e altri partner finanziari starebbero “riconsiderando” il proprio supporto alla moneta digitale promossa da Facebook. Nei giorni scorsi il Wall Street Journal ha riportato i dubbi delle prime due. Adesso il Financial Times aggiunge all'elenco la compagnia di servizi di pagamento digitali.Tutte e tre, assieme ad altri 24 partner, fanno parte della Libra Association, l'organizzazione incaricata di gestire la valuta. I dubbi deriverebbero dai possibili contraccolpi legati a indagini e restrizioni imposte dai governi, sia negli Stati Uniti che in Europa. Eventulità che preoccupa soprattutto i partner finanziari, che si muovono in un ambiente molto regolamentato. I dubbi di Visa, Mastercard e PaypalNon sono arrivate conferme, né smentite. Ma ci sono diversi segnali. Primo fra tutti il silenzio di Mastercard e Visa. Le due società avrebbero scelto di tenere un profilo basso proprio per non fomentare l'attenzioni dei regolatori, nonostante Facebook abbia chiesto loro di supportare pubblicamente il progetto. All'interno di Libra Association sarebbe quindi in corso un dibattito sulla direzione da prendere. Sempre secondo il Wall Street Journal, i vertici dell'organizzazione e i rappresentanti dei partner si sono incontrati a Washington il 3 ottobre. E qui arriva il secondo segnale. Il Financial Times scrive che Paypal non si è presentata. A questo punto diventa cruciale l'appuntamento del 14 ottobre, quando i partner si riuniranno a Ginevra (dove Libra Association ha sede) per nominare il consiglio di amministrazione e rivedere lo statuto. È qui che potrebbe arrivare una formale adesione o un passo indietro ufficiale. Gli occhi dei regolatoriFacebook ha pubblicato il documento su cui si fonda Libra a giugno, lasciando però molte incognite sui dettagli. Governi e banchieri centrali hanno criticato il progetto, preoccupati che possa intaccare la sovranità monetaria degli istituti e sollevando perplessità sull'intreccio tra potere finanziario e privacy che Facebook (anche indirettamente) deterrebbe.David Marcus, fedelissimo di Zuckerberg e a capo del progetto Libra, è stato protagonista di un'audizione al Congresso. Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha espresso “serie preoccupazioni”, Trump si è detto contrario. L'Antitrust europeo sta indagando su possibili pratiche anticoncorrenziali.Anche il governo italiano, prima della crisi estiva, aveva dichiarato di voler guardare il fenomeno da vicino. Il Dipartimento del Tesoro americano ha inviato alle società coinvolte, tra le quali Visa, Mastercard e PayPal, la richiesta di informazioni dettagliate sui loro progetti legati a Libra e sulle politiche anti-riciclaggio. La linea Zuckerberg: discussioni nell'ombraDante Disparte, responsabile comunicazione di Libra Association, ha dichiarato al Wall Street Journal che l'organizzazione ha tenuto incontri regolari con le autorità per discutere la conformità della moneta digitale alle leggi. È la stessa linea che emerge dai colloqui privati tra Mark Zuckerberg e i dipendenti, finiti su The Verge.Tra le altre cose, il ceo parla di Libra. Dice che “la finanza è uno spazio fortemente regolato”. E che “ci sono molte questioni importanti che devono essere affrontate, come la prevenzione del riciclaggio e del finanziamento al terroristi”. Per questo è necessario “avere un approccio più consultivo”.Zuckerberg ha spiegato ai dipendenti che questo processo passa “dagli incontri con i regolatori, ascoltando le loro preoccupazioni, quello che pensano che dovremmo fare, assicurandoci che gli altri membri del consorzio lo gestiscano in modo appropriato”. Il ceo però preferirebbe che le discussioni si tenessero all'ombra, salvo quando strettamente necessario, perché “quelle pubbliche tendono a essere drammatizzate”. Il grosso dovrebbe invece passare da “incontri privati”, “più concreti” e “senza telecamere” che rischierebbero di portare la discussione su dettagli in realtà poco utili. Perché sarebbe un problema per LibraSe molti partner si tirassero indietro, il progetto di Facebook potrebbe subire una battuta d'arresto. Resterebbero intatte le possibilità di diventare uno strumento per trasferire denaro in modo economico, ma potrebbe affievolirsi l'ambizione (chiara anche se mai dichiarata) di far nascere una moneta digitale globale. Il ruolo degli aderenti a Libra Association è infatti fondamentale, per almeno tre ragioni. Primo: contribuiscono finanziariamente a Libra.L'accesso all'associazione prevede un “gettone d'ingresso” da 10 milioni di dollari. Al momento i partner hanno firmato una dichiarazione d'intenti, senza sborsare nulla. Secondo: i soci e il loro prestigio costituiscono un'intercapedine tra chi ha sviluppato la moneta (Facebook) e chi la gestirà. Permettono così al social di dire che la moneta è aperta e indipendente da Menlo Park. Non è un espediente formale, ma un modo per rendere Libra più spendibile e meno esposta dal punto di vista normativo. Terzo: il successo è legato alla diffusione della moneta. E per quanto Facebook abbia già una platea enorme, l'adozione da parte di partner come Visa, Mastercard e Paypal permetterebbe di avere un impatto molto più ampio.I dubbi riguarderebbero soprattutto i partner che si muovono in ambito finanziario, ma non si sa quanti stiano pensando di slegarsi da Facebook. A oltre tre mesi dalla pubblicazione del white paper, però, sembra ancora vero quello che il ceo di Visa Al Kelly ha dichiarato a luglio, durante la conferenza per la trimestrale: “Nessuno ha ancora aderito ufficialmente” a Libra.


 
Il duro affondo di Zuckerberg a Warren: "È una minaccia. Se eletta si va ai materassi"

Il duro affondo di Zuckerberg a Warren: "È una minaccia. Se eletta si va ai materassi"Un dialogo di due ore. Centoventi minuti di domande e risposte con i suoi dipendenti in cui Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Facebook, ha voluto dare indicazioni su chi sono i nemici della società; critici, politici, concorrenti da cui guardarsi.Doveva essere un incontro privato. Ma qualcuno ha registrato quel discorso e l'ha girato a The Verge che ha pubblicato tutto. Compresi gli attacchi alla senatrice americana Elizabeth Ann Warrenn, forse la più accreditata tra i dem per sfidare Donald Trump nel 2020: "Minaccia la nostra esistenza", ha detto Zuckerberg.E ancora: “crede che si debba fare lo spezzatino delle aziende... scommetto che se fosse eletta avremo una causa legale, e che la vinceremo". “Sarebbe comunque una rogna per noi? Beh si. Intesi, io non voglio avere contese legali con il nostro governo, ma... se qualcuno pone una minaccia che in qualche modo riguarda la nostra esistenza, bene, si va ai materassi e si combatte", ha aggiunto Zuckerberg riprendendo una celebre frase tratta da Il Padrino. La senatrice Warren, 69 anni, eletta nel 2013 in Massachusetts, è considerata da Zuckerberg il nemico numero uno. Non senza motivo. Lo scorso marzo pubblicò su Facebook un post scritto su Medium e lo sponsorizzò. Era il suo manifesto per lo spacchettamento dei colossi tecnologici.> “Tre società - scriveva - hanno un enorme potere sulla nostra economia e sulla nostra democrazia. Facebook, Amazon e Google. Le usiamo tutti. Ma nella loro ascesa al potere, hanno demolito la concorrenza, usato le nostre informazioni private a scopo di lucro e inclinato il campo di gioco a loro favore. È tempo di fare a pezzi le grandi compagnie in modo che non abbiano così tanto potere”.Il post ebbe una grande eco. Facebook, per reazione, bloccò le inserzioni pubblicitarie dalla pagina ufficiale della senatrice, per poi fare fare marcia indietro.Ma cos'è lo spacchettamento dei big tecnologici proposto dalla Warren? Nel suo post la senatrice proponeva di usare con Facebook, Amazon e Google una strada non nuova negli Stati Uniti. Spezzare le aziende diventate monopoli. Citava degli esempi: la Standard Oil, la JpMorgan e la compagnia AT&T. Società di pubblica utilità, diventate così grandi da minacciare il mercato della concorrenza, e per questo ‘divise' in società più piccole.Lo stesso proponeva per le big companies tecnologiche: una volta superata la soglia dei 25 miliardi di fatturato, alle aziende, nella proposta di Warren, potrebbe essere imposto di scindersi da alcune attività societarie. Per esempio: Amazon dal suo marketplace, Google dalle attività come Ad Exchange, Facebook da WhatsApp o Instagram, per esempio. Sarebbero inoltre vietate le acquisizioni e bocciate quelle già fatte. L'obiettivo della riforma dovrebbe essere, nelle parole di Warren, riattivare un sano mercato della concorrenza e dell'innovazione. E impedire che si innestino nel mercato digitale i meccanismi che finora hanno portato alla nascita di monopoli. Alle parole di Zuckerberg ha risposto Warren su Twitter: “La vera rogna sarebbe non aggiustare un sistema corrotto che permette ai giganti tecnologici come Facebook di attuare pratiche competitive illegali, calpestare i diritti alla privacy dei consumatori e eludere ripetutamente la loro responsabilità di proteggere la nostra democrazia”. Se Warren dovesse riuscire a sfidare Trump, e magari a vincere le presidenziali del prossimo anno, per Zuckerberg adesso sarebbe davvero una rogna. @arcangeloroc


 
"Se Warren sarà eletta presidente..." l'attacco di Zuckerberg alla candidata dem

"Se Warren sarà eletta presidente..." l'attacco di Zuckerberg alla candidata demMark Zuckerberg contro Elizabeth Warren. In un audio pubblicato dal sito The Verge, il co-fondatore di Facebook ha promesso di dare battaglia se la senatrice democratica Elizabeth Warren verrà eletta presidente degli Stati Uniti.  "C'è qualcuno come Elizabeth Warren che pensa che la risposta giusta sia spezzettare le compagnie", ha detto Zuckerberg, secondo quanto si ascolta nell'audio di due incontri con i dipendenti lo scorso luglio. "Se sarà eletta presidente, scommetto che ci sarà una causa legale e scommetto che la vinceremo", ha incalzato Zuckerberg, aggiungendo che si è minacciati per qualcosa di "esistenziale" allora bisogna "combattere".  Fra i favoriti nella corsa per la candidatura democratica alle presidenziali, la senatrice liberal Elizabeth Warren propone un piano aggressivo per spezzettare giganti del web come Facebook, Amazon e Google. Ma nell'audio Zuckerberg dichiara che smembrare le grandi compagnie "non risolverà i problemi", anzi renderà più probabili le interferenze nelle elezioni perché le compagnie avranno più difficoltà a coordinarsi. Per illustrare il suo pensiero, Zuckerberg ha citato i rivali di Twitter che, essendo più piccoli, non riescono a suo parere ad investire in sicurezza quanto Facebook.


 
I più grandi editori al mondo hanno fatto causa ad Audible

I più grandi editori al mondo hanno fatto causa ad AudibleSono i cosiddetti Big Five e contestano al servizio di podcast e audiolibri una particolare violazione del copyright


 
I monopattini elettrici non sono così green come sembrano. Uno studio

I monopattini elettrici non sono così green come sembrano. Uno studioSempre più utilizzati anche in Italia, i monopattini elettrici sono considerati spesso una risposta ai problemi di traffico e inquinamento. Ma una nuova ricerca pubblicata dall'Università della Carolina del Nord, mette in discussione in particolare quest'ultimo aspetto, suggerendo che la correlazione tra il cosiddetto scooter sharing e la diminuzione dell'impatto ambientale non sia così scontata come può apparire, soprattutto a causa della filiera produttiva di questo tipo di mezzi e della loro manutenzione.Produzione, trasporto, ricarica delle batterie: secondo quanto scoperto dagli studiosi, l'impiego di monopattini elettrici in condivisione pone il problema dell'impatto generato da tutto ciò che riguarda le due ruote elettriche, soprattutto per quanto riguarda i sistemi cosiddetti “dockless”, ovvero che non prevedono la riconsegna a una torretta di ricarica e che di volta in volta devono essere alimentati da operatori in movimento.“Se si pensa solo alla parte visibile del ciclo di vita, quindi a bordo di un veicolo privo di tubi di scappamento, è facile ipotizzare (che i consumi siano ridotti)”, ha spiegato a The Verge Jeremiah Johnson, autore dello studio e professore associato di ingegneria civile ed edilizia ambientale dell'Università della Carolina del Nord. “Ma se fai un passo indietro, puoi vedere tutte le altre cose che sono un po' nascoste nel processo”.A partire dalla produzione dei materiali che compongono gli scooter (monopattini), come evidenzia lo studio. Dalle batterie al litio alle parti in alluminio, la gran parte dei veicoli in commercio sono composti di elementi prodotti in Cina, che poi li invia nelle destinazioni d'uso. Alla produzione industriale, sono da aggiungere il trasporto dei mezzi, le continue ricariche e la ridistribuzione periodica sul territorio, come parte del servizio di scooter sharing senza postazione di ricarica.Per gli studiosi, questi elementi presi nel loro insieme svantaggiano molto l'impiego degli scooter elettrici per la riduzione dei consumi, che potrebbe essere addirittura maggiore di quella degli autobus diesel in una zona trafficata.Come riporta The Verge, le emissioni medie di gas serra per miglio di uno scooter equivalgono a circa 200 grammi di CO2. Più o meno il doppio dei 400 grammi per miglio del ciclo di vita di un'automobile. Il problema è che, secondo i ricercatori, solo un terzo degli spostamenti in scooter ne rimpiazza uno in automobile. A fronte del 34 per cento di persone che avrebbero utilizzato un'auto, il 49 per cento sarebbe andato a piedi, l'undici per cento avrebbe preso un autobus e, infine, il 7 per cento avrebbe rinunciato al viaggio.In parole povere, l'impatto di simili mezzi sarebbe più positivo se servisse soprattutto a ridurre la quantità di automobili, non di pedoni.Ma il problema principale, per Paesi come gli Stati Uniti che producono circa il 63 per cento della propria energia da combustibili fossili, non è solo legato alla ricarica dei mezzi. Lo studio evidenzia che i consumi sono resi più importanti dal materiale utilizzato per la produzione dei veicoli - prevalentemente alluminio - e dal consumo degli operatori incaricati di ricaricare gli scooter ogni giorno.A fronte di questi dati, i ricercatori hanno anche ipotizzato una serie di scelte che potrebbero rendere molto più efficienti i mezzi elettrici. A partire dall'estensione del ciclo di vita di ciascuno scooter, tramite l'impiego di materiali migliori che ne garantiscano un ciclo di vita più esteso: “Se le compagnie dei monopattini riuscissero a estendere la vita dei loro mezzi senza raddoppiare l'impatto di materiali e produzione, questo ne ridurrebbe di molto l'impatto per miglio - spiega Johnson - Se riuscissimo a farli durare due anni, già avremmo un netto miglioramento”. La mobilità condivisa in ItaliaSecondo i dati dell'Osservatorio nazionale sharing mobility, anche in Italia negli ultimi anni si è registrato un sensibile aumento della diffusione di mezzi condivisi. Solo per il noleggio di scooter elettrici, la crescita sarebbe stata del 285 per cento in un anno, per un mercato della dimensione complessiva di 33 milioni di spostamenti su mezzi condivisi nell'arco del 2018. Ma a favorire la diffusione di mezzi elettrici, per privati e società di noleggio, ci sono anche gli incentivi voluti dal governo e varati a fine del 2018. Sicuramente un aiuto a chi vuole convertirsi a mezzi meno inquinanti, anche se per raggiungere questo obiettivo rimane importante affidarsi alla qualità anziché privilegiare il risparmio.


 
La moneta di Facebook

La moneta di FacebookFacebook vuole creare una propria moneta digitale. Il colosso di Menlo Park, come riportato da testate specializzate e dalla 'Bbc', sta ultimando i piani per il lancio della sua criptovaluta nel 2020. Obiettivo: offrire modi accessibili e sicuri di effettuare pagamenti digitali, indipendentemente dal fatto che gli utenti abbiano un conto corrente. L'idea è abbattere le barriere finanziarie, competendo con le banche e riducendo i costi per i consumatori. In previsione dell'arrivo di quello che - nelle stanze di Facebook - viene chiamato 'Global Coin', si legge ancora sulla 'Bbc', il gigante dei social media avrebbe chiesto consigli in merito a questioni operative e normative ai funzionari del Tesoro degli Stati Uniti; Mark Zuckerberg avrebbe poi incontrato anche il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney.  VALUTE VIRTUALI - Cosa sono? Come si usano? Le valute virtuali possono essere utilizzate per pagare oggetti e servizi nel mondo reale, come per esempio una stanza d'albergo o la spesa. Questi token digitali sono contenuti in portafogli online e possono essere inviati in modo anonimo tra gli utenti. Le criptovalute girano su tecnologia blockchain; ovvero, una struttura dati condivisa e immutabile: un registro digitale di informazioni, come transazioni o accordi, archiviate cronologicamente su una rete di computer che possono essere visualizzate da una comunità di utenti e, generalmente, non sono gestite da un'autorità centrale come banche o governi.  STABLE COIN - La moneta virtuale di Facebook, sottolinea infine 'The Verge', "potrebbe essere progettata per essere uno 'Stable Coin', con un valore ancorato alla valuta statunitense nel tentativo di minimizzare la volatilità".


 
Un sistema automatico indica ad Amazon i lavoratori da licenziare

Un sistema automatico indica ad Amazon i lavoratori da licenziareUn sistema automatico segnala ad Amazon i lavoratori che non raggiungono glistandard di produttivita fissati dall'azienda e che, quindi, potranno esseremandati a casa


 
Ad Amazon è un software a decidere chi licenziare

Ad Amazon è un software a decidere chi licenziareE' in giorni come questi, costretto a letto da una broncopolmonite, che mi rendo conto del valore di Amazon. Qualunque cosa mi serva (a parte le medicine) mi arriva subito a casa. Massimo due giorni; ma Amazon ha appena annunciato di voler investire 800 milioni di dollari per ridurre sempre e ovunque ad un giorno il tempo di attesa. Praticamente clicchi sul telefonino e il giorno dopo hai tutto.E' una azienda formidabile quella fondata e guidata da Jeff Bezos. Ha appena annunciato che nei primi tre mesi del 2019 ha guadagnato più di un miliardo di dollari al mese, il doppio dello scorso anno. E questo perché ha una attenzione ai clienti, al mercato e all'innovazione che non ha eguali (qui l'annuale lettera di Bezos agli azionisti). Non si può dire lo stesso per le condizioni di lavoro dei dipendenti, purtroppo.Dopo diverse denunce e alcuni scandali qualcosa è cambiato: negli Stati Uniti il salario minimo è stato alzato a 15 dollari l'ora e Bezos ha sfidato pubblicamente i suoi concorrenti a fare lo stesso ben sapendo che se lo facessero fallirebbero, perché ad Amazon una parte importante del lavoro lo svolgono i robot-magazzinieri che non hanno salari. Ma il caso di Amazon dimostra che il problema che abbiamo davanti non sono tanto i robot che ci rubano il lavoro, come afferma l'ennesimo rapporto dell'Ocse, ma piuttosto la robotizzazione dei lavoratori.Secondo alcuni documenti pubblicati dal sito The Verge, ad Amazon è in funzione un software, Adapt, che monitora le performance di ogni lavoratore, manda richiami in caso di cali di produttività, annota il tempo trascorso non lavorando, per esempio in bagno, si chiama Time Off Task, e dopo sei avvertimenti decreta automaticamente il licenziamento. Parliamo del software, non del capo del reparto che non ha alcuna possibilità di modificare i report settimanali. E' il software che monitora e licenzia chi non raggiunge determinati parametri numerici.Ci avevano detto che i robot sarebbero stati al nostro servizio e che noi umani li avremmo diretti, ma questo mi sembra l'esatto contrario. Ripensando alla promessa di Bezos di dimezzare il tempo di consegna dei nostri ordini, mi chiedo se ai magazzinieri di Amazon il software imporrà di raddoppiare il numero di pacchi fatti ogni ora.


 
Un videogioco salverà Notre Dame?

Un videogioco salverà Notre Dame?Ricostruire la cattedrale di Notre Dame dopo l’incendio che nella serata di lunedì l’ha devastata. E’ ciò che il presidente francese Macron ha promesso fin da subito. Ma a salvare Notre Dame potrebbe essere un videogioco.


 
Assange e il gatto che sapeva troppo

Assange e il gatto che sapeva troppoLa sorte di Julian Assange, il 47enne hacker australiano fondatore di Wikileaks, è tutt'altro che certa. Ma ancora più nebulosa è la sorte del suo gatto, Michi, diventato celeberrimo sul web negli anni del suo confinamento nell'ambasciata ecuadoregna.Il web si è letteralmente scatenato per capire cosa sia successo al micio, che aveva un seguito di tutto rispetto nei suoi account su Twitter e Instagram, rispettivamente 31 mila e 5 mila persone, che ora sono preoccupate del destino del felino. Nel buio pesto, le ipotesi si sprecano.La polizia britannica ha fatto irruzione nell'ambasciata ecuadoriana e arrestato Assange per aver violato la libertà condizionale (quando nel 2012 entrò nell'ambasciata e non si presentò davanti al magistrato) ma anche per una richiesta di estradizione degli Usa. Ma il gatto? Si interrogano gli utenti del web e la stampa di mezzo mondo (dal Washington Post al New York Times, passando per The Verge): che fine ha fatto il gatto? È stato adottato? È finito in un ricovero? Rischia anche lui l'estradizione?> > > > > > > > > Visualizza questo post su Instagram> > > > > > > > > > > > > > > > > > > > Just another meow-nic Monday! > > Un post condiviso da Embassy Cat (@embassycat) in data: Mag 23, 2016 at 5:01 PDTIl britannico Times ha telefonato in ambasciata e una voce burbera gli ha risposto in spagnolo: "Non posso dirlo per ragioni di sicurezza". Secondo alcuni, l'Embassy Cat" - come ormai era noto il felino bianco e grigio, spesso fotografato alla finestra o sul balcone dell'ambasciata - da tempo non è più nella rappresentanza ecuadoriana. Il gatto era uno dei tanti punti di frizione tra Assange e lo staff diplomatico e nei mesi scorsi si era anche capito che la legazione aveva minacciato di sequestrarlo se l'hacker non se ne fosse occupato meglio, prendendosi cura del suo "benessere, cibo e igiene".Dopo l'arresto, un portavoce dell'ambasciata ha detto a Sputnik News, una testata legata al governo russo, che Michi non è più in ambasciata "da settembre": "È stato preso dai colleghi di Assange molto tempo fa. Non è qui. Non siamo un negozio di animali, quindi non teniamo animali domestici". Del resto a novembre lo aveva ventilato uno dei consulenti legali di Assange, Hanna Jonasson: aveva spiegato che Assange era stato minacciato di essere privato del micio e che aveva chiesto ai suoi avvocati di portarlo in salvo. "Il gatto è con la famiglia di Assange. Saranno riuniti quando liberi", aveva twittato garrula l'avvocatessa.> > > > > > > > > Visualizza questo post su Instagram> > > > > > > > > > > > > > > > > > > > Morning cat-listhenics! Counter-purrveillance requires intense cat-thleticism! furreveryoung> > Un post condiviso da Embassy Cat (@embassycat) in data: Mag 20, 2016 at 3:23 PDTConsiderato però che il fondatore di Wikileaks rischia una probabile estradizione in Usa questa eventualità sembra quantomeno remota, Ma è un'ipotesi che fa pensare a un lieto fine. Non manca chi fa teorie ben più cupe. Per esempio, James Ball, un giornalista che nel 2010 lavorò per tre mesi per Wikileaks: "Per la cronaca: il gatto è stato consegnato dall'ambasciata ecuadoriana a un ricovero secoli fa", ha twittato subito dopo l'arresto.Consegnato a un ospizio per animali, nonostante - ha aggiunto - lui si fosse "sinceramente offerto di adottarlo". Crudelmente Ball ha fatto pure notare che "Assange non ha alcuna famiglia nel Regno Unito". The Verge, un popolare sito Internet americano, si è allora premurato di chiedere un chiarimento alla Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, la più importante organizzazione animalista in Gran Bretagna, e un portavoce ha replicato di non avere alcuna notizia che qualcuno abbia portato il gatto in uno dei suoi rifugi.E allora, che fine ha fatto l'"Embassy Cat"? Nel dubbio, non resta che un'ultima ipotesi, e l'hanno fatta i giornalisti The Verge, anche in considerazione della natura sensibile del lavoro di Assange. E la conclusione è stata da libro giallo: il gatto sapeva troppo e ora è alla macchia.


 
Facebook ha appena cancellato per errore tutti i post di Mark Zuckerberg

Facebook ha appena cancellato per errore tutti i post di Mark ZuckerbergÈ appena scomparso un pezzo della storia di Facebook. Cancellato per “un errore tecnico”. Anni interi di post scritti da Mark Zuckerberg, quando aveva una foto profilo con i riccioli e una giacca addosso. La rivelazione è arrivata da Business Insider, per poi essere confermata da Menlo Park. Persi per sempre. Perché, come ha sottolineato la società, ripescarli costerebbe parecchio lavoro, peraltro senza garanzia di risultato. Quindi addio. Quali sono i post cancellatiSono svaniti i post scritti dal fondatore sul blog di Facebook, cioè in quel contenitore digitale che (salvo le comunicazioni al mercato obbligatorie dopo la quotazione) ha rappresentato l'unico megafono ufficiale fino al 2014, quando la società ha lanciato lo spazio chiamato Newsroom.È su “The Facebook Blog” che Zuckerberg scriveva le notizie più importanti: acquisizioni, cambiamenti, scuse e obiettivi (qui si può dare un'occhiata a com'era). I post cancellati coprirebbero quindi un periodo che va dal 2006 al 2014. Quanti sono quelli spariti nel nulla? Non si sa di preciso, ma tanti. Di sicuro tutti quelli scritti nel 2007 e nel 2008, come ha confermato Facebook. Tutti.Più complicato è capire quali siano quelli spariti prima e dopo questo biennio. È scomparso ad esempio il post con cui Zuckerberg annunciava l'acquisizione di Instagram, del 2012 (anche se è presente nell'archivio retroattivo di Newsroom). E quello in cui Zuckerberg salutava per l'ultima volta lo chef di Menlo Park Josef Desimone, da poco scomparso. Data: 2013. Capire quali siano i post persi per sempre è complicato. Ci si arriva per vie traverse, seguendo le loro tracce: le pagine scomparse non sono più raggiungibili da link inseriti in articoli online dell'epoca. Perché l'archivio è importantePerdere frammenti di Facebook non è una questione di nostalgia. Il social network non è solo una vecchia valigia di foto ingiallite ma anche una delle società più grandi del pianeta. Conoscere il suo passato,aiuta a tracciare il suo percorso, verificando le affermazioni di Zuckerberg.Ad esempio: quando annunciò l'acquisizione di Instagram, assicurò di voler “costruire e far crescere Instagram in modo indipendente”. Parole che hanno acquisito un altro peso da quando i fondatori del social fotografico hanno abbandonato il gruppo proprio perché il grande capo ha deciso di accorciare la corda e integrare le piattaforme.Indipendenza addio. Anche un contenuto in apparenza meno importante per la storia della società, il commiato allo chef Desimone, può essere una traccia attraverso cui individuare le crepe di Menlo Park: poche settimane fa, proprio Business Insider ha raccontato che durante quella festa di addio, i presenti – dopo aver bevuto un po' troppo – si presero a cazzotti. Non proprio una scena edificante per la società e per la sua sicurezza. Sono solo due casi che confermano quanto sia importante un archivio storico. Facebook è un po' meno trasparenteNon è la prima volta che frammenti del social (scritti, in particolare, da Zuckerberg) spariscono. Nel 2016 The Verge aveva notato che alcuni post del fondatore riguardanti i media e il ruolo di Facebook nelle presidenziali statunitensi erano evaporati. Menlo Park aveva parlato di un incidente, ripristinandoli dopo la pubblicazione dell'articolo. Nel 2018 TechCrunch aveva invece scoperto che i messaggi scritti via chat dal ceo avevano poteri paranormali: sparivano dopo essere arrivati a destinazione. La società aveva spiegato che si trattava di esigenze legate alla sicurezza.Precluse però a tutti gli altri utenti. Di certo oggi è un po' più difficile esplorare il passato di Facebook. E non solo per colpa dei post scomparsi. Con il lancio di Newsroom, tutto si è concentrato in questo archivio digitale: i nuovi annunci e una parte dei precedenti. Quando, in giro per il web, si clicca su un vecchio link che porta al blog, si viene reindirizzati automaticamente alla Newsroom. Ostacolando di fatto la navigazione dell'antico.I vecchi post sono custoditi nella sezione “Note” della pagina ufficiale di Facebook (@Facebook), ma senza un archivio che ne consente l'esplorazione. La via più semplice per raccogliere le vecchie tracce diventa allora cercarle su Google attraverso parole chiave. Ma per farlo è necessario conoscere già il contenuto che si sta cercando.


 
Telegram, rivoluzione chat

Telegram, rivoluzione chatNuovo importante aggiornamento per Telegram. L'App rivale di WhatsApp ha infatti rilasciato una novità in tema di privacy con l'ultima versione, disponibile per iOS, Android e Web. E ora, si legge su 'The Verge', è possibile eliminare un messaggio o un'intera conversazione dai dispositivi di tutti i partecipanti alla chat, indipendentemente da chi li abbia inviati o da quando siano stati inviati. Fino alla versione precedente, ricorda la testata specializzata in tecnologia, Telegram lasciava agli utenti una finestra di 48 ore per effettuare la cancellazione. Con l'upgrade, invece, il limite di tempo è stato eliminato e messaggi o chat intere possono essere cancellate del tutto sia sul proprio dispositivo che su quello di chiunque faccia parte del gruppo. DUROV - Secondo il fondatore di Telegram, Pavel Durov, il cambiamento permette un maggiore controllo della propria 'storia digitale': "Un vecchio messaggio dimenticato può essere preso fuori dal contesto e usato contro di te anni dopo. Un testo mandato di fretta ad una ragazza a scuola può perseguitarti nel 2030 quando deciderai di candidarti a sindaco". "Dobbiamo ammetterlo - scrive in un post -: nonostante tutti i progressi nella crittografia e nella privacy, abbiamo pochissimo controllo effettivo dei nostri dati. Non possiamo tornare indietro nel tempo e cancellare le cose per gli altri. Beh, fino ad oggi".


 
Il contatore di Whatsapp contro le bufale online

Il contatore di Whatsapp contro le bufale onlineIl servizio di messaggistica Whatsapp, di proprietà di Facebook, ingaggia una battaglia contro la diffusione di false notizie e messaggi violenti, in seguito alle pressioni politiche provenienti da numerosi Paesi e istituzioni. L'azienda ha già sviluppato un contatore che indica all'utente quante volte un messaggio è stato re-inoltrato, oltre a una funzione per la verifica delle immagini, che consente di identificare i fotomontaggi. Tutti e due gli strumenti sono già disponibili nella versione sperimentale dell'app (versione beta), ed è quindi probabile che saranno presto disponibili al pubblico.Notizie false, profili falsi, immagini false: i social network e le app di messaggistica sono diventate negli anni il veicolo di migliaia di contenuti fuorvianti che, ogni giorno, cercano di creare agitazione e instabilità. A partire dagli Stati Uniti, che con le elezioni presidenziali del 2016 hanno vissuto il momento di maggiore crescita certificata della disinformazione.Il fenomeno, inizialmente opaco, è diventato presto chiaro e identificabile: numerose iniziative avevano mirato a galvanizzare la cittadinanza creando spesso momenti di scontro e manifestazioni, spinte da gruppi di pressione e oscure organizzazioni come l'Internet Research Agency, con sede a San Pietroburgo. Negli ultimi mesi invece si è osservato un incremento nella diffusione di bufale e catene connotate da contenuti d'odio, che ha avuto anche conseguenze molto gravi in India, dove si sono verificati tredici linciaggi nel giro di pochi mesi, tutti riconducibili a campagne d'odio veicolate attraverso l'app di messaggistica, secondo quanto riferito da polizia e stampa locale.Ma con le imminenti Elezioni Europee \- le urne si apriranno tra il 23 e il 26 maggio - a premere per delle adeguate contromisure sono le istituzioni comunitarie, che vogliono evitare il ripetersi di fenomeni simili. Le bufale “virali”“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e questa diventerà verità”, diceva l'ideologo nazista Goebbels. Anzi no, la diceva lo scrittore romantico Goethe. Ma nemmeno: mai pronunciato da nessuno dei due, l'aforisma è diventato virale su Internet proprio perché, a furia di attribuirlo a questo o a quell'altro autore, ha finito per inserirsi nella conoscenza collettiva delle persone. Ed è proprio questo un esempio eccezionalmente semplice di come una falsità possa diventare credibile e creduta. Per questo Whatsapp sta sviluppando una funzione che consentirà di vedere quando un messaggio è stato “inoltrato frequentemente”, se condiviso almeno cinque volte, come riporta WAbeta.L'utente potrà sapere se il contenuto che ha condiviso è stato inoltrato anche da altri utenti e addirittura, un contatore indicherà quante volte. La funzione potrebbe servire per incoraggiare i più responsabili a pensare attentamente prima di rendere virale un'informazione, controllando prima se sia affidabile o meno.Controllo delle immaginiIl team di Whatsapp ha anche sviluppato una funzione che consente di cercare automaticamente un'immagine attraverso il motore di ricerca Google Immagini, così da indivduarne di simili, come riporta The Verge. Questo strumento può essere molto utile nel caso di fotomontaggi: verificando l'origine dello scatto l'utente può controllare se ne esistano versioni differenti. Un esempio tipico è quello in cui dei manifestanti vengono ritratti con dei cartelli in mano: spesso burloni e propagatori di false notizie hanno utilizzato simili scatti per inserire messaggi fuorvianti sui cartelli, inducendo l'osservatore a credere a notizie per lo più orientate contro i migranti.Per quanto le aziende tecnologiche possano sforzarsi, la diffusione delle bufale è un fenomeno che deve essere prima di tutto compreso dagli utenti, per fare sì che venga limitato. Facilmente si tende a condividere informazioni false o pretestuose solo perché confortano le opinioni che già abbiamo. Ma a una censura preventiva dei contenuti, sarebbe probabilmente preferibile un atteggiamento critico nei confronti delle notizie che leggiamo, e un maggiore rigore nella scelta di quello che condividiamo sui nostri profili.


 
La lezione dell'ultimo Blockbuster rimasto al mondo ai moderni servizi di streaming

La lezione dell'ultimo Blockbuster rimasto al mondo ai moderni servizi di streamingNe è rimasto soltanto uno. Highlander, per ora. Il Blockbuster di Morley, in Australia, ha annunciato che chiuderà il 31 marzo. Ma gli affitti sono bloccati dal 7 marzo. Resta così un solo Blockbuster in tutto il mondo: si trova a Bend, in Oregon, Stati Uniti. Nel 2004 la catena aveva più di 9.000 punti vendita. L'estinzione dei BlockbusterBlockbuster è stata una società fondata nel 1985 e fallita nel 2013. Ha via via abbandonato tutti i mercati (quello italiano nel giugno 2012) e chiuso i punti vendita. Alcuni, però, hanno retto perché in franchising: utilizzavano il marchio ma avevano una gestione indipendente. Senza l'appoggio di quella che era stata la più grande catena di video a noleggio del mondo e strozzati dallo streaming, i negozi hanno ceduto.“È con grande tristezza che dobbiamo informavi che il nostro ultimo giorno di affitti è il 7 marzo”, ha scritto il negozio australiano sulla sua pagina Facebook. Adesso partono le vendite di quello che è rimasto sugli scaffali, ma anche degli scaffali: dvd e blu-ray superstiti, “arredamento e infissi”. Insomma, si smobilita.Ad agosto aveva chiuso un Blockbuster che era riuscito a sopravvivere in Alaska, a Fairbanks. Il gestore ha riunito parte dei dipendenti passati da quel negozio nei 27 anni precedenti per “un'ultima foto”. Li ha ringraziati con un post su Facebook, felice di averli avuti al suo fianco e contento che molti di loro avessero “carriere di successo”.Poi, nostalgico, chiede “per cortesia” al tempo di “riavvolgere il nastro”. Un'espressione che spiega perché Blockbuster si è estinto: ha rappresentato l'apice dei supporti fisici. Prima videocassette, poi cd e dvd. È una delle vittima della digitalizzazione dei contenuti. Troppo vecchio per competere, troppo giovane per appigliarsi al tocco vintage che dà mercato ai vinili. È solo un avvicendamento simbolico (perché Blockbuster era già in crisi da tempo), ma la catena è fallita nel 2013, proprio quando Netflix produceva la sua prima serie originale, House of Cards. Quando i film si imbucavanoDal 2013 l'offerta dello streaming si è moltiplicata e – grazie a connessioni più efficienti – si è estesa. Non domani, ma già oggi – a meno di sei anni dal fallimento di Blockbuster – sembra bizzarro dover andare in un negozio per affittare un paio di film e guardarseli a casa, magari accompagnato da pacchetti di patatine di dubbio gusto.E pare singolare, per quanto romantico, dover uscire da casa il giorno dopo per restituire cassette e dvd imbucandoli come buste delle lettere (“buste delle lettere”, altra similitudine che solo chi ha l'età per entrare in un Blockbuster userebbe). Chi lo ha fatto, oggi sorride. Chi sta crescendo solo con lo streaming, si chiede semplicemente: perché? Lo scorso agosto, si è fatto la stessa domanda Bijan Stephen, giornalista di The Verge. Si è infilato in macchina ed è andato a Bend per vedere questa scheggia di passato, con un atteggiamento a metà tra lo sguardo scientifico dell'archeologo e quello commosso di un trentenne che ritrova in cantina un giocattolo creduto perso. La storia di BendL'Highlander dei Blockbuster si trova in una cittadina dell'Oregon. Il proprietario è Ken Tisher. Aveva un negozio indipendente quando, nel 2000, Blockbuster arrivò comportandosi come solo un dominatore del mercato può comportarsi: propose (diciamo propose) di inglobare il punto vendita nella catena. Lo fece, spiega Tisher, “con un'offerta che non si poteva rifiutare”. Un po' per i dollari. E un po' perché, se avesse detto di no, Blockbuster avrebbe aperto due negozi a qualche centinaio di metri di distanza. Sandi Harding è la responsabile vendite da una decina d'anni. E oggi lavora accanto al figlio, che si aggira per i corridoi con la maglietta blu d'ordinanza.Fanno più o meno quello che fa Netflix: suggeriscono i film più adatti a te, perché conoscono i tuoi gusti. Netflix lo fa (in maniera ancora un po' approssimativa e confusa) con un algoritmo; Sandi e suo figlio con le mani, la memoria e un rapporto personale coltivato negli anni. Sandi è convinta che “affittare un dvd, guardarlo e parlarne è qualcosa che alle persone manca”. Una cliente dice che così il film “non è solo qualcosa che guardi sullo schermo”. Cosa può imparare lo streamingSì, ma tutto questo non spiega perché proprio a Bend ha retto l'ultimo dei Blockbuster. E forse una spiegazione non c'è. È probabile che non essere in una metropoli abbia aiutato: Bend ha 70.000 abitanti. Ma The Verge ha notato anche come la cittadina abbia un'insolita passione per il grande schermo: ci sono tre teatri e un festival cinematografico.Certo, quando sei l'ultimo esemplare della tua specie, anche la fortuna c'entra qualcosa. Ma il caso non è tutto. Il Blockbuster di Bend è parte di una comunità appassionata, è una guida molto empatica e poco dispersiva, è un leader di una zona specifica. Non offre contenuti personalizzati ma personali.Significa che i Blockbuster torneranno? No. Ma i pregi di Bend sono spunti su cui le grandi piattaforme potrebbero lavorare. Non certo per il timore che tornino le videocassette, ma perché anche su questi punti (oltre che sulla qualità dei contenuti) si gioca la partita in un settore sempre più affollato. Sandi dice che c'è posto per entrambi: streaming e affitto. Ma lo spazio, oggi, è davvero poco. Basta appena per l'ultimo dei Blockbuster.


 
"Fateli a pezzi": l'incredibile coro contro la Silicon Valley

"Fateli a pezzi": l'incredibile coro contro la Silicon ValleyLa scena è abbastanza surreale ma racconta meglio di tante analisi dove sta - sorprendentemente - andando la tecnologia. Si è svolta ieri pomeriggio ad Austin, in Texas, dove è in corso SXSW, il più divertente e spettacolare festival che incrocia il digitale, le musica, i film e in generale il nostro modo di vivere (le star di quest'anno sono Matthew McConaughey, Trevor Noah e Charlize Theron).La scena è questa. In un cortile piuttosto angusto sul palco c'è il direttore del sito The Verge, Nilay Patel, noto soprattutto per un seguitissimo podcast settimanale. Sta registrando l'ultima puntata. Con lui ci sono tre persone che a vario titolo nei mesi scorsi si sono occupati dello strapotere di Amazon, Google e Facebook. Una roba che fino a qualche tempo fa avrebbe innescato una gara di sbadigli. Invece no.C'è un sole primaverile, ad ascoltarli, in piedi, ci saranno trecento persone, quasi tutti hanno un boccale di birra in mano, l'aria è frizzante, e a un certo punto iniziano a cantare: “Break ‘em up! Break ‘em up!”. Facciamoli a pezzi. In coro. Detto meglio, applichiamo i principi dell'antitrust che in passato negli Stati Uniti hanno consentito di evitare lo strapotere dei monopoli nel petrolio, nelle banche, nelle ferrovie e nella telefonia; e che hanno dato nuova linfa all'innovazione, perché è chiaro che se c'è un monopolio, puoi immaginare tutte le startup del mondo, ma non ce la faranno mai a imporsi.Poco prima sul palco principale, era atterrata la paladina di questa battaglia, la senatrice Elizabeth Warren, in corsa per la Casa Bianca contro Trump sventolando la bandiera della fine dello strapotere della Silicon Valley. C'era un sacco di gente ad ascoltarla ed applaudirla, non tanti come quelli che hanno fatto qualche ora di fila per emozionarsi con la nuova stella della politica americana, Alexandra Ocasio Cortez, 29 anni, protagonista della battaglia per far saltare l'accordo fra Amazon e la città di New York (qualche miliardo di incentivi fiscali in cambio di un nuovo quartier generale). Insomma, tira questa aria qua per i giganti della tecnologia che poi sono anche i padroni del mondo, almeno a giudicare dalla classifiche di Forbes sui più ricchi del pianeta. A Austin va registrata una importante novità: dal manifesto della Warren, pubblicato su Medium l'8 marzo, era rimasta fuori Apple. Parlando con il direttore di The Verge a SXSW, la senatrice ha chiarito che anche la società fondata da Steve Jobs andrebbe divisa in due, separandola dall'App Store.


 
Il piano per "fare a pezzi" Amazon, Google e Facebook (e anche Apple), spiegato

Il piano per "fare a pezzi" Amazon, Google e Facebook (e anche Apple), spiegato“È ora di fare a pezzi Amazon, Google e Facebook”. La traduzione è un po' rozza ma letterale: fare a pezzi, break up. Lo sticker su fondo verdino e caratteri neri campeggia sul post apparso su Medium l'8 marzo. Per essere la festa internazionale delle donne, la tostissima Elizabeth Warren non poteva scegliere un modo migliore forse: dichiarare la guerra finale allo strapotere della Silicon Valley. Se nel 2020 sarò eletta alla Casa Bianca, è il messaggio, questa cosa finirà. Elizabeth ha sfidato Golia.Elizabeth Ann Warren (qui un profilo notevole a cura del New Yorker) compirà 70 anni a giugno. Dal 2013 è una senatrice del Massachusetts per i democratici, un seggio conquistato dopo aver trascorso una vita a combattere i privilegi delle banche e di Wall Street, soprattutto dopo la grave crisi finanziaria del 2008. I suoi avversari la descrivono come una populista di sinistra ma è una semplificazione eccessiva. Anche perché la Warren fino al 1994 aveva sempre votato per i repubblicani; e sostiene di aver cambiato campo proprio per poter difendere meglio la classe media dallo strapotere delle grandi organizzazioni finanziaria. Il 9 febbraio scorso, nel corso di un evento a Lawrence, in Massachusetts, si è candidata per diventare la sfidante democratica di Donald Trump per la presidenza degli Stati Uniti. E un mese esatto dopo, ha sganciato la sua “bomba” sulla Silicon Valley.Una “bomba” per certi versi prevista: sono molti mesi che a livello accademico si discute di come arginare il potere eccessivo e distorsivo dei mercati e della democrazia delle “tech companies” americane. Ma imprevista se consideriamo il mittente. Elizabeth Warren, autorevole candidata democratica alla Casa Bianca. Il fatto è che sono dieci anni che i democratici sono perdutamente innamorati della Silicon Valley e del magico potere della rete di creare un mondo migliore. Anzi di più: sono venticinque anni. Negli anni ‘90 fu il vice presidente Al Gore (il presidente era Bill Clinton), il primo a dire che il futuro passava per le autostrade informatiche di Internet, quando Internet ancora era roba per nerd (al punto che ancora oggi molti in America sono convinti che Internet l'abbia inventata Al Gore). E il 14 novembre 2017, il candidato alla Casa Bianca Barack Obama, mentre dimostrava a tutti il potere di Facebook in campagna elettorale, fece una celebre tappa al quartier generale di Google, a Mountain View, preludio della lunga luna di miele del presidente con le grandi aziende della Silicon Valley. “Se i miei avversari investiranno i loro soldi negli spot tv, io userò YouTube” disse il candidato democratico mandando in visibilio l'amministratore delegato di Google che lo intervistava sul palco.Game over. Quella storia è finita, scrive Elizabeth Warren, nel suo lungo post su Medium (sette minuti per leggerlo, ma in Silicon Valley qualcuno lo ha riletto almeno dieci volte secondo me). “Venticinque anni fa Facebook, Google e Amazon non esistevano. Oggi sono tra le società più importanti del mondo. Una grande storia, ma che dimostra perché il governo degli Stati Uniti adesso debba spezzare i loro monopoli e riaprire i mercati alla competizione”. Per spiegarlo la Warren ricorre ad un precedente importante. Quello che accadde a Microsoft negli anni ‘90: “Era un gigante tecnologico a quei tempi”, scrive la Warren. In realtà lo è anche oggi. Ma allora la società di Bill Gates era il numero uno assoluto. Il suo sistema operativo era in quasi tutti i computer e il suo browser era il più usato per navigare il web che stava nascendo. Il governo federale aprì una inchiesta contro Microsoft per violazione delle legge antitrust. Senza quella inchiesta, è storia nota, non sarebbe nato Google e forse neanche Facebook. Scrive la Warren: “Questa storia dimostra che promuovere la concorrenza è importante ed apre la strada a nuove aziende che possono offrire servizi e prodotti migliori. Oppure preferivate usare Bing come motore di ricerca?”. (Bing è il motore di ricerca che invano Microsoft ha provato a imporre al mercato).Quello che accade oggi, secondo la Warren, è il contrario: la grandi aziende tecnologiche hanno troppo potere nell'economia, nella società e nella democrazia. Rispetto alla concorrenza, si sono comportate come bulldozer, l'hanno demolita. Comprandosi i comptetitor o mandandoli fuori mercato. E questo non ha danneggiato sono noi utenti, ma ha impantanato l'innovazione. Nessun investe più su una azienda che possa sfidare Amazon, Facebook e Google. Partita persa. “La metà di tutto il commercio elettronico passa attraverso Amazon, il 70 per cento del traffico Internet è su siti gestiti o di proprietà di Google e Facebook... Queste aziende hanno un potere enorme sulla nostra vita digitale”. (su questi dati c'è stata un po' di maretta, alcuni hanno notato che un contro è il traffico dati per gli Stati Uniti, un altro se consideriamo il mondo intero). La Warren non si limita alla denuncia, ma spiega nel dettaglio quali cambi strutturali ci saranno se diventerà presidente degli Stati Uniti (la prima donna, tra l'altro). Si tratta di rovesciare quei meccanismi che hanno consentito un simile accumulo di potere. Il primo: l'utilizzo delle fusioni per limitare la concorrenza. Esempi: Facebook che compra Whatsapp e Instagram; Amazon che costringe una bella azienda come Diapers (pannolini e saponi) a farsi acquisire ad un prezzo più basso del valore di mercato (nel 2010; nel 2017 è sparita); Google che ingloba due possibili avversari, la startup israeliana di mappe di navigazione Waze e la piattaforma di pubblicità online DoubleClick. “Il governo invece di impedire queste operazioni che nel lungo periodo danneggiavano il mercato e l'innovazione, le ha incoraggiate”. Il secondo meccanismo che la Warren individua quale strumento che danneggia la concorrenza, è l'abuso del potere delle piattaforme. Esempi: Amazon vende prodotti di terzi, ma a volte li copia e li vende a un prezzo più basso; e Google nei risultati del motore di ricerca, privilegia i prodotti con cui ha stretto accordi commerciali danneggiando competitor come Yelp (pratica questa sanzionata dall'Unione Europea). Morale: “I venture capitalists hanno paura di investire in startup che già sanno che verranno schiacciate o comprate dalle big tech”. Un numero: dal 2012 ad oggi i round iniziali di finanziamento di startup sono calati del 22 per cento. Meno startup vuol dire meno competizione, meno innovazione. E dall'altra parte un gruppo di grandi aziende che possono “agire come “bulli” nei confronti del potere politico per avere immensi incentivi fiscali con i soldi dei cittadini” (vedi il recente caso New York City- Amazon). Quello che la Warren propone è strada che ha sempre avuto cittadinanza nella storia degli Stati Uniti: “spezzare” le aziende quando diventano monopoli di fatto per assicurare servizi migliori a prezzi più bassi e ridare fiato all'innovazione, vero motore del progresso. Gli esempi che cita la senatrice sono famosi: la compagnia petrolifera Standard Oil, la banca JpMorgan, le ferrovie, la compagnia telefonica AT&T. Tutti trust che sono stati divisi per il bene comune. La prima cosa che accadrà con la Warren alla Casa Bianca sarà il varo di una legge che stabilisce le condizioni per cui alcuni colossi tecnologici possono essere considerati “piattaforme che forniscono servizi di pubblica utilità”, e per questo motivo, separate dal resto delle attività societarie. Sopra i 25 miliardi di fatturato globale (limite ampiamente superato dalle tre aziende nel mirino della Warren), un marketplace, un mercato di annunci pubblicitari o uno strumento per unire terze parti, verranno considerati “platform utilities”. E in virtù di ciò non potranno detenere altre aziende che operano sulla piattaforma. Tradotto: Amazon Marketplace, Google AD Exchange e Google Search diventeranno “platform utilities” e saranno separate dal resto dei rispettivi gruppi. La seconda cosa sarà rigettare fusioni e acquisizioni che hanno distorto il mercato. Qui gli esempi sono notissimi. Per Amazon, si tratta di vietare retroattivamente l'acquisizione di Whole Foods e Zappos; per Google, come abbiamo visto, di Waze e DoubleClick; per Facebook, sarebbero bocciate le operazioni con WhatsApp e Instagram. Indietro tutta. Insomma, una rivoluzione. La Warren se ne rende conto. Ha scelto il potere più grande che c'è oggi e l'ha sfidato. Ma la Silicon Valley non è soltanto un potere: lo è perché fornisce ad alcuni miliardi di abitanti del pianeta terra servizi considerati essenziali. Li perderemo? La senatrice sa che è questa la domanda che molti le faranno, questo sarà l'argomento usato dai suoi avversari in campagna elettorale. E prova a smontarlo subito: “Come sarà Internet dopo queste riforme?” si chiede. “Ecco cosa non cambierà: Potrete ancora andare su Google e fare le vostre ricerche; e su Amazon troverete ancora trenta modelli diversi di macchina del caffè che potreste avere a casa in due giorni; e su Facebook avrete ancora la possibilità di scoprire cosa sta facendo un vostro vecchio compagno di scuola”. Ma ecco invece cosa cambierà: “Le piccole aziende potranno vendere i loro prodotti su Amazon senza il timore di essere sbattuti fuori dal mercato; Google non danneggerà i suoi concorrenti penalizzando i loro prodotti con il motore di ricerca; e Facebook sarà sfidato da Instagram e Whatsapp a fornire una protezione vera della privacy degli utenti. E gli startupper avranno una chanche di giocarsela con i giganti tecnologici”.E questo è solo l'inizio, conclude la Warren: poi occorre rimettere il controllo dei dati personali nelle mani degli utenti; ridare ai giornali la possibilità di fare introiti adeguati con le notizie su cui invece guadagnano troppo Google e Facebook; fare in modo che la Russia, o altre potenze, non provino a manipolare l'opinione pubblica usando i social network. Il piano per fare a pezzi Amazon, Google e Facebook è lanciato. Qualcuno dice che è una idiozia (il Washington Examiner), per altri è sacrosanto (The Week Magazine). Secondo il Washington Post (che è di proprietà di Jeff Bezos, il fondatore e amministratore delegato di Amazon), funzionerà meglio come argomento da campagna elettorale che come una politica che può realmente essere realizzata. Anche secondo gli esperti sentiti da TIME non sarà facile mantenere l'impegno una volta alla Casa Bianca. Mentre l'autorevole sito della Silicon Valley Slate avverte che sono già partite le grandi manovre per disinnescare l'attacco.L'unico che tace è Donald Trump. Detesta la Warren, ma non di più di quanto un paio di anni fa detestasse i nuovi ricchi della Silicon Valley, che durante la campagna elettorale si erano tutti schierati (finanziandola) per la sua avversaria Hillary Clinton (tutti tranne Peter Thiel, va detto). Leggendo il manifesto della senatrice democratica, forse il presidente in carica avrà pensato che avrebbe dovuto lanciarla lui la sfida alla Silicon Valley, paladina dichiarata del valore dell'immigrazione (ricordate la campagna per i Dreamers?) mentre lui sogna un muro chilometrico con il Messico.Quale occasione migliore per regolare i conti con l'odiato Jeff Bezos? E con i due super obamiani fondatori di Google Larry Page e Sergey Brin? E con quel Mark Zuckerberg che si comporta come se fosse più importante del presidente degli Stati Uniti? Adesso non può più farlo, ma da qui a passare dalla parte opposta e difenderli ce ne passa. Anche perché fare a pezzi le big tech della Silicon Valley vuol dire fare un favore alla Cina e alla sua big tech, proprio quando sul digitale ha innescato la freccia del sorpasso come dimostra la vicenda del 5G e di Huawei.E poi questo della “west coast” è un mondo che Trump, cresciuto fra New York e la Florida, non conosce davvero e non capisce nemmeno, in fondo. Qualche giorno fa durante una riunione di un comitato sull'occupazione alla Casa Bianca, nel ringraziare l'amministratore delegato di Apple Tim Cook per quello che sta facendo sul tema, lo ha chiamato “Tim Apple”. Al ché Cook gli ha dato la mano e come sommo sberleffo si è affrettato a cambiare il suo nome su Twitter: dopo Tim adesso c'è solo la mela di Apple, a imperitura memoria della gaffe presidenziale. Per inciso: l'unico gigante tecnologico mai citato dalla senatrice Warren è proprio l'azienda fondata da Steve Jobs. Ci sono almeno cinque buone ragioni per cui la Apple non sarebbe nel mirino della politica. Ma la verità è che neanche Tim Apple può stare sereno. Due giorni dopo la pubblicazione del manifesto, parlando a SXSW, in Texas, la Warren ha chiarito che il suo piano riguarda anche la società di Cupertino. post editato l'11 marzo, dopo l'intervista della Warren a The Verge che ha chiarito il coinvolgimento di Apple nel suo piano antirtrust


 
Cosa si capisce dal trailer dell'ultima stagione di Game of Thrones

Cosa si capisce dal trailer dell'ultima stagione di Game of ThronesA poco più di un mese dal debutto dell'ultima stagione di Game of Thrones, Hbo ha diffuso un nuovo trailer. Un montaggio di due minuti esatti su cui i fan si sono accaniti per cercare indizi su cosa accadrà nel gran finale di una delle serie di maggior successo della storia della tv. La battaglia principale sembra essere tra Jon Snow, Daenerys Targaryen e tutto il Nord mentre si preparano per l'invasione degli Estranei. L'inverno è finalmente arrivato con un nuovo nemico molto più grande di qualsiasi cosa si sia vista a sud di Grande Inverno. La settima stagione di Game of Thrones, ricorda The Verge, si è conclusa con la rivelazione che gli Estranei ora hanno il loro drago e che sono pronti a impiegarlo per distruggere Grande Inverno. Tutto il trailer ruota intorno a una sibillina frase pronunciata da Arya Stark: “Conosco la morte, ha molti volti. Sono impaziente di vedere il prossimo“. La minaccia tanto evocata in tutta la clip si manifesta negli ultimi secondi, quando compaiono le zampe scheletriche del cavallo del Re della Notte. E in questa scena sembra essere il senso della fine di Game of Thrones: una battaglia tra i vivi e i morti.L'inverno, quindi, sta per arrivare per l'ultima volta. Precisamente il 14 aprile. Non si tratta di una stagione lunga, ma di appena sei puntate che dovrebbero stare tutte sotto la durata delle due ore, probabilmente intorno agli 80 minuti. E', inoltre, la stagione più costosa: 15 milioni di dollari a episodio, una cifra che conferma la spettacolarità della battaglia finale per il trono più famoso del piccolo e del piccolissimo schermo.A fine ottobre un video aveva già alimentato l'attesa attraverso l'uso dell'hashtag ForTheThrone e un copy assai chiaro: "Ogni battaglia. Ogni tradimento. Ogni rischio. Ogni combattimento. Ogni sacrificio. Ogni morte. Tutto per il Trono", ipotizzando il mese di aprile come possibile partenza.L'ottava stagione svilupperà intrecci che i libri di George R.R. Martin, il creatore della saga, non hanno ancora raccontato, anche se l'autore è stato coinvolto nella scrittura della sceneggiatura.Sulla piattaforma Reddit, molto diffusa negli USA, il regista David Nutter aveva anticipato che la prima puntata, una sorta di prologo, avrebbe risolto alcune sotto-trame sviluppate negli anni. Aveva anche aggiunto, stimolando la fantasia dei fan, che gli Estranei “non sarebbero stati l'unico problema perché tutti gli altri dovranno confrontarsi tra loro".Il trailer, pubblicato nella notte italiana, ha superato in poche ore le 18 milioni di visualizzazioni. Indice dell'attesa che c'è intorno a Game of Thrones. Ora, però, può iniziare il countdown. Il 14 aprile è vicino, vicinissimo.


 
Le cose orribili che vedono i moderatori di Facebook

Le cose orribili che vedono i moderatori di FacebookUn'inchiesta sulle condizioni di lavoro dei moderatori di Facebook solleva preoccupazioni sulle conseguenze psicologiche derivanti dall'essere costantemente esposti a contenuti violenti. Responsabili di ciò che viene pubblicato sul social network, alcuni dipendenti di Cognizant - società basata in Arizona che lavora per Facebook -, hanno parlato sotto garanzia di anonimato con The Verge, descrivendo i problemi psicologici derivanti dal costante bombardamento di commenti di odio e immagini e video violenti (alcuni dei quali riguardano omicidi reali).I lavoratori si sono anche lamentati dei turni sfiancanti che sono costretti a sostenere, a fronte di paghe di “appena 28.800 dollari l'anno” (circa 25.360 euro). Diversi dipendenti hanno riportato di aver sofferto cedimenti psicologici, manifestando i sintomi dello stress post-traumatico (Dpts), descrivendo crolli improvvisi e attacchi di panico.Costantemente esposti a immagini violente, i moderatori hanno il compito di intercettare e rimuovere i contenuti inappropriati dalla piattaforma. Tra questi anche commenti di odio e a sfondo razziale, fake news e tesi complottistiche, immagini violente o pornografiche e video che riprendono degli omicidi. In un episodio citato nell'inchiesta, una responsabile alla formazione di nuovi moderatori ha subito un crollo dopo aver mostrato un video nel quale un uomo viene ucciso a coltellate. Secondo le fonti citate da The Verge, alcuni moderatori farebbero ricorso a droghe leggere e rapporti sessuali durante gli orari di lavoro, come meccanismo di reazione ai traumi ai quali sono sottoposti. Altri riferiscono di dipendenti responsabili della moderazione delle fake news che finirebbero per essere suggestionati dalle stesse o inclini alla radicalizzazione.Ma già lo scorso settembre, un'ex dipendente di Facebook aveva denunciato l'azienda per essere stata “esposta a contenuti altamente tossici, insicuri e dannosi durante il suo impiego come moderatrice di contenuti”, nella sede centrale dell'azienda, in California. La causa risulta ancora in corso.Altri due moderatori contattati da Business Insider hanno dichiarato di essere pagati con stipendi relativamente molto bassi (28 mila dollari l'anno e 34 mila dollari l'anno), ma non confermano di aver sentito storie riguardanti l'uso di droghe in ufficio. “Non ho dubbi che certi contenuti abbiano consumato alcune persone, specialmente quelle che lavorano principalmente con immagini e video o che si occupano di sfruttamento dei bambini”, ha dichiarato uno dei due.


 
La causa tra Swatch e Samsung sui quadranti digitali

La causa tra Swatch e Samsung sui quadranti digitaliA pochi giorni dalla presentazione del nuovo Galaxy Watch Active di Samsung, Swatch fa causa all'azienda sudcoreana per violazione della proprietà intellettuale. Secondo il produttore svizzero di orologi, gli sviluppatori terzi delle grafiche per i quadranti digitali di Samsung avrebbero disegnato trenta quadranti “identici o praticamente identici” a quelli di Swatch. Secondo quanto riportato da Reuters, Swatch accusa Samsung di pratiche commerciali sleali, che potrebbero indurre i clienti a credere che esista una collaborazione tra le due aziende.“Quella di Samsung è una palese, dolosa e internazionale violazione dei nostri diritti d'autore”, ha commentato a Reuters un portavoce della Swatch. L'azienda ha presentato denuncia negli Stati Uniti - dove registra i marchi e da dove gli sfondi sono scaricabili - chiedendo un risarcimento di cento milioni di dollari (circa 87 milioni di euro). Tra le grafiche ricopiate da Samsung ci sarebbe anche quella di uno Jaquet Droz Tropical Bird Repeater, orologio per collezionisti del valore di 650 mila dollari (circa 570 mila euro).Disponibili al download sul negozio online Galaxy Apps per i modelli Samsung Gear Sport, Gear S3 Classic, and Frontier, gli sfondi contestati sono prodotti da terze parti. Tuttavia, la multinazionale svizzera avrebbe precisato nella sua denuncia che Samsung percepisce una quota dei ricavi.Secondo quanto riportato da The Verge, Swatch avrebbe contattato Samsung a fine dicembre, presentando una lista di grafiche e ottenendone la rimozione. Tuttavia secondo l'azienda, Samsung non avrebbe ammesso il plagio e avrebbe rifiutato di riprogettare lo store, nel quale da allora sarebbero comparse nuove grafiche ispirate alle loro.


 
Automotive C-V2X Ready to Roll Out Globally, Says 5GAA at This Year's MWC Barcelona

Automotive C-V2X Ready to Roll Out Globally, Says 5GAA at This Year's MWC Barcelona\- Picture is available at AP Images (http://www.apimages.com) - During today's well attended keynote, 'Connecting the Mobility World with 5G', the 5G Automotive Association (5GAA) gathered experts from the automotive, technology and telecom industries to explain how the deployment of 'Cellular Vehicle-to-Everything' (C-V2X) communication technology on the path to 5G is shaping the mobility of the future. Today LTE-V2X, the initial version of C-V2X, stands on the verge of its commercial launch: allowing vehicles to communicate with each other and their surroundings and, together with 5G enhancements, facilitating broad scale improvements in road safety.  "By bringing together key actors of the mobility ecosystem - across the automotive, information and communications technology industries - 5GAA continuously strives to develop forward-looking solutions for intelligent transportation services. Both for today and tomorrow," stressed Thierry Klein, 5GAA Vice Chair and Head of the Disruptive Innovation Program at Nokia Bell Labs. "These end-to-end integrated solutions bring enhanced safety, sustainability, and convenience to all road users. 5GAA is very excited to be pioneering the revolution towards a smarter and more connected mobility world," Thierry Klein added. C-V2X communication is the state-of-the-art, high-speed cellular communications platform that enables vehicles to communicate with one another, with roadside infrastructure, with other road users (such as pedestrians, cyclists, and motorcyclists) using either direct short-range communications or cellular networks. While C-V2X network-based solutions are already widely deployed, direct communication solutions will be commercially available as of this year. As such the C-V2X platform delivers safety, mobility, traffic efficiency, and environmental benefits. C-V2X is designed with an evolutionary path to 5G and supports safe and efficient operations of autonomous vehicles. 5GAA members spearheading C-V2X   A number of 5GAA members are announcing ground breaking use cases at this year's MWC. 5GAA members Telefónica, Ericsson, Ficosa and Seat show 5G connected car use cases supported by C-V2X direct communication for safer driving in a city (e.g. detection of cyclists when turning right or of a pedestrian at a zebra crossing). Another key technology bringing these use cases to life is edge computing. In addition, 5GAA members Continental and Vodafone are working together to increase road safety and protect all road users for instance via "digital safety-shield" for cyclists and pedestrians, using C-V2X direct communication and edge computing in the first 5G deployments. The 5G-ready tests are taking place under real-life conditions at Vodafone's 5G Mobility Lab in Aldenhoven, Germany. Rohde & Schwarz has announced a collaboration with automotive electronics specialist Vector on a C-V2X end-to-end application layer test solution to verify safety-critical V2X scenarios. The companies' integrated test platform is showcased for the first time at Mobile World Congress. Deutsche Telekom has announced first C-V2X tests together with Skoda Auto in Czech as part of the European C-Roads project. Geely also announced its plans to launch the first mass-produced C-V2X enabled vehicles in China together with Qualcomm in 2021. Qualcomm has also announced its first 5G automotive platform, enabling both C-V2X short and long-range modes, which is expected to sample later this year and are planned for production vehicles in 2021. C-V2X direct communication goes commercial in 2019  Mass production of C-V2X chips including direct communication from several suppliers is ongoing, and multiple radio vendors have already integrated these chips into their automotive radio offerings. 2019 is the year when C-V2X direct communication technology will be commercially available across the globe. Furthermore, full interoperability testing on C-V2X applications is ongoing among 5GAA members. The first mass-deployment in vehicles on the roads is anticipated to start in China in 2020; to be followed swiftly in other regions when local regulations allow for it. "C-V2X is now ready to roll. At Ford, we will begin to deploy this technology in all new models launching in the US starting in 2022," confirmed Don Butler, Executive Director of Connected Vehicle & Services at Ford Motor Co. The next milestone: 5G New Radio  C-V2X provides a clear evolution path to the family of 5G technologies for both direct and network communication. Part of this evolution is the 5G New Radio (NR). NR-V2X will eventually ensure safe operation of autonomous driving vehicles by using 5G New Radio with Ultra Reliable Low Latency Communications (URLLC) network based communication combined with improved direct short range communications. "The development of the NR-V2X standard is due for completion by the end of 2019; eventually hitting the road in 2023. This will enable a new generation of use cases for connected automated vehicles," said Maxime Flament, CTO at 5GAA. About 5GAA  The 5G Automotive Association (5GAA) is a global, cross-industry organisation with 110 members working together to develop end-to-end solutions for future mobility and transportation services. The organisation is committed to helping define and develop the next generation of connected mobility for advanced driving and automated vehicle solutions. For more information, visit 5GAA's website, LinkedIn and Twitter pages. Contact   Lisa Boch-Andersen Senior Director, Strategic Communications & Marketing  Tel: +32(0)475450972 Mail: lisa.boch-andersen@5gaa.org  Web: www.5gaa.org  Laura Ruiz-Trullols Communications & Marketing  Tel: +32(0)483721977 Mail: laura.ruiz@5gaa.org  Web: www.5gaa.org


 
E' il giorno del Samsung S10, ma forse sappiamo già tutto

E' il giorno del Samsung S10, ma forse sappiamo già tuttoUn pulsante sbagliato e la sorpresa è rovinata. Sono bastati 30 secondi andati in onda per errore su una tv norvegese a vanificare lo show preparato a Londra da Samsung per il lancio del nuovo S10.Dopo la criptica ed evocativa campagna pubblicitaria realizzata in luoghi iconici di alcune metropoli – da piazza del Duomo a Milano a Time square a New York – la casa coreana era stata abile a rilasciare indiscrezioni in pillole sul nuovo smartphone top di gamma, salvo poi incappare in un errore – in realtà non si sa quanto involontario – come trasmettere uno spot del Galaxy S10 su TV 2, il più importante canale privato della Norvegia.La speranza (ammesso che fosse così) che nessuno ci facesse caso è stata vana: Endre Loeset ha puntualmente informato il sito The Verge che ha pubblicato il video . Cosa mostra? Nulla di che in realtà e questo stasera, quando alle 20 italiane l'S10 sarà presentato al Tobacco Dock è possibile che i fan restino un po' delusi dalle novità introdotte. A partire dal tanto atteso modello con tecnologia 5G che, stando alle indiscrezioni circolate finora, dovrebbe approdare per il momento solo in Corea e in Giappone. E del resto, con l'assegnazione delle frequenze in alto mare quasi dappertutto in Europa (ma non in Italia) come potrebbe essere altrimenti?Leggi anche: Storia del Samsung S in 10 capitoliCosa mostra, insomma, lo spot ‘sfuggito' dalla stalla di Samsung? Tre fotocamere, innanzitutto. Nulla di nuovo: già Huawei le ha introdotte nel P20 un anno fa. Il display “con il buco”, ossia una visione a tutto schermo grazie ai sensori posti sotto il display e solo un piccolo foro per la fotocamera, ma anche questo è stato già visto a fine gennaio su Honor 20 View. Nemmeno il sensore per l'impronta digitale sotto lo schermo è una novità Huawei lo ha già presentato ad ottobre con il lancio del Mate20, così come le tre fotocamere posteriori. E per quanto riguarda la ricarica wireless attraverso qualunque device compatibile (in pratica si avvicina il telefono a un altro smartphone o a un tablet e senza cavetti si ‘prende in prestito' un po' di carica) è anche questa già sul Mate20.In compenso nessun accenno, nello spot, al prezzo, che a questo punto potrebbe essere la vera curiosità svelata stasera. Anche qui, però ci sono state diverse indiscrezioni: oltre all'S10 standard si parla di altri due modelli tra cui uno, l'S10+, con addirittura un Tera di memoria, poco al di sotto dei 1.500 euro e dell'entry-level S10e a metà di quella cifra.La sorpresa, a questo punto, potrebbe venire da qualcosa di totalmente diverso e molto attesto, come il primo smartphone pieghevole di Samsung, lasciato intravedere in occasione della conferenza degli sviluppatori dello scorso novembre e da allora tenuto abilmente nascosto.


 
Rivoluzione Messenger

Rivoluzione MessengerRivoluzione in casa Facebook. Anche su Messenger, la chat del social network, è ora possibile eliminare i messaggi da una conversazione anche dopo averli inviati. Proprio come accade già con WhatsApp. Niente paura, quindi, nel caso di errori o ripensamenti: chi si accorgerà di aver sbagliato a digitare avrà 10 minuti di tempo per rimuovere il messaggio 'incriminato'.  Ad anticipare la novità, disponibile già da ora sulle ultime versioni di Messenger per iOS e Android, era stato qualche giorno fa il sito 'The Verge. Poi l'annuncio ufficiale di Facebook. Per eliminare un messaggio inviato basta toccare il testo che si desidera rimuovere e selezionare l'opzione 'Rimuovi per tutti'. Il messaggio rimosso verrà sostituito da un testo che avvisa il destinatario che quanto inviato è stato cancellato.  E' poi possibile rimuovere un messaggio solo per se stessi, selezionando in qualsiasi momento 'Rimuovi per te'. Se si sceglie questa opzione il messaggio scomparirà solo dalla propria chat, mentre continuerà ad essere visibile per gli altri destinatari.


 
Messenger, ora si possono cancellare i messaggi inviati

Messenger, ora si possono cancellare i messaggi inviatiDa tempo si può già fare su WhatsApp, ma ora anche chi utilizza Messenger, la chat di Facebook, potrà fare retromarcia e cancellare un messaggio inviato per sbaglio.


 
Bye bye Tinder, ora il partner lo scelgono gli amici

Bye bye Tinder, ora il partner lo scelgono gli amiciCosa accadrebbe se a scegliervi il partner fossero i vostri migliori amici? E' quello che si sono chiesti Match Group e Betches, che hanno ideato 'Ship', una nuova app di dating, disponibile per ora solo su iOS, che permette agli utenti di aiutare i propri amici a scegliere il loro potenziale partner basandosi sulle preferenze e gli interessi della persona che è 'a caccia' di nuovi incontri.  L'app, spiega 'The Verge', consente a un singolo utente di creare una chat di gruppo nella quale sono gli amici - o una ristretta cerchia di persone - a mettere i 'like' agli utenti che ritengono possano essere interessanti o potenzialmente adatti a una relazione. All'interno della chat è possibile valutare i profili degli utenti, condividere GIF e chattare di qualsiasi argomento.  Usarla è semplice. Le persone che sono nella chat visualizzano i profili dei potenziali partner in base alle preferenze impostate dal proprio amico. Se ad esempio una persona vuole uscire solo i potenziali 'match' che si trovano a due chilometri di distanza, l'app mostrerà ai propri amici solo persone che si trovano a due chilometri di distanza. Se uno degli amici presenti nella chat nota un utente che ritiene possa essere un buon 'match' per il suo amico, può scorrere sul suo profilo, 'trascinarlo' nella chat di gruppo e valutarlo insieme agli altri.   L'app funziona come Tinder o altre app di questo genere: per poter chattare i due potenziali partner devono essersi scambiati prima un 'like'. Ship, tuttavia, non è la prima app di questo genere. Un servizio simile, ricorda 'The Verge', lo offre già Wingman.


 
Apple Music, abbonati in aumento a quota 40 milioni

Apple Music, abbonati in aumento a quota 40 milioniSono cresciuti di due milioni in due settimane


 
Ceo Google: "Provo dolore" ogni volta che pubblichiamo fake news

Ceo Google: "Provo dolore" ogni volta che pubblichiamo fake newsIntervista di Sundar Pichai a The Verge: ne siamo responsabili


 
Apple Watch: tra tecnologia e gioiello, è quasi magia

Apple Watch: tra tecnologia e gioiello, è quasi magiaDavid Pogue, direttamente da Yahoo! Tech USA, ci spiega per quale motivo dobbiamo comprare un Apple Watch, grazie a questa dettagliata e spiritosa recensione.


 
Windows 10, ecco cosa cambia con il nuovo sistema operativo Microsoft

Windows 10, ecco cosa cambia con il nuovo sistema operativo MicrosoftNel 2015 il nuovo sistema operativo di Microsoft, l'atteso Windows 10 sbarcherà sui computer di milioni di utenti, ma è già possibile installarlo in una versione incompleta di prova.


 
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